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Rolling Stones, mancato incasso colpa del Comune

È colpa del Comune di Roma se l’area del Circo Massimo è stata concessa ai Rolling Stones per esibirsi in concerto alla stessa tariffa praticata per i tavolini dei bar di periferia. La Corte dei...

È colpa del Comune di Roma se l’area del Circo Massimo è stata concessa ai Rolling Stones per esibirsi in concerto alla stessa tariffa praticata per i tavolini dei bar di periferia. La Corte dei conti ha assolto il vice capo di Gabinetto del sindaco di Roma, Vincenzo Vastola, dall’accusa di aver procurato alle casse comunali un danno di 195.231 euro per non aver applicato correttamente la disciplina per l’uso temporaneo di un bene culturale di rilevante interesse storico e artistico. Secondo il collegio «Vastola, alla luce della normativa esistente, non poteva determinare direttamente il canone, rientrante nella competenza del I Muncipio». «Censurabile è, semmai, l’inazione del Comune prima e di Roma Capitale poi – spiegano i giudici della sezione giurisdizionale per il Lazio – che non ha predisposto un adeguato strumento normativo per la determinazione di tariffe adeguate all’importanza storica e culturale dei beni messi a disposizione di privati per l’esercizio di assai lucrose attività (e delle quali, sui cittadini, non si riverberano significative ricadute economiche)». «The Base srl», organizzatrice dell’evento per conto della band britannica, ha pagato al Comune 7.934 euro, «calcolando – spiega la Procura – solo il giorno del concerto (22 giugno, ndr) e non l’intero periodo necessario per l’allestimento e lo smantellamento delle strutture». Inoltre, la tariffa di occupazione di suolo pubblico – secondo l’accusa – sarebbe stata rapportata solo a 3.300 metri quadrati, mentre «è stata impedita alla collettività la fruizione di 84.000 metri quadrati». La Corte, invece, ha accertato che fosse inibito al pubblico solo lo spazio occupato dai manufatti (palco, 5 gazebo e 2 stand) e, comunque, non l’area propriamente archeologica. Senza contare che le spese per i servizi (170 mila euro), sono state rimborsate dalla società organizzatrice. «Indubbiamente – si legge nella sentenza – stride col comune buon senso che un bene archeologico di così rilevante importanza sia stato concesso in uso temporaneo per poche migliaia di euro, senza che ad alcuno balenasse il dubbio che la messa a rendita dei beni culturali di Roma, che aveva già occupato negli anni precedenti l’organo politico della Capitale, venisse così palesemente e bellamente violata». Secondo il collegio presieduto da Ivan De Musso, a Vastola «si potrebbe addebitare, forse la mancanza di una doverosa sensibilità, ove si raggiungesse il convincimento che egli non ha mai sollecitato l’organo politico a provvedere in materia», ma nulla di più.

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