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Ricariche a sbafo della Capitaneria di porto

Usavano il telefono dell’ufficio per chiamare i propri cellulari e acquisire credito Ora chiedono il rinvio a giudizio per trentotto tra ufficiali e sottufficiali

«Scegli autoricarica e fai il pieno» recitava non molto tempo fa un spot di una nota compagnia telefonica. Lo avrebbero preso un po’ troppo seriamente, secondo la procura di Roma, ben 38 persone sulle quali adesso pende una richiesta di rinvio a giudizio. A rischiare di doversi accomodare sul banco degli imputati del tribunale penale romano di piazzale Clodio, sono diversi impiegati e dirigenti del ministero delle Infrastrutture e Trasporti, alcuni dipendenti dell'Inps e numerosi militari, ufficiali e sottufficiali della Capitaneria di Porto, in particolare del comando generale che ha sede all’Eur, in via Dell’Arte, presso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Le accuse mosse dagli inquirenti e attualmente al vaglio del giudice per le indagini preliminari si riferiscono al biennio 2010-2011. «Effettuava indebitamente numerose telefonate dirette alle utenze (…) quali era stata attivata l’opzione autoricarica – recita il capo d'imputazione - ponendo così in essere una indebita alterazione dell'originaria destinazione del bene a vantaggio proprio e di altri, mediante l'appropriazione temporanea dell'apparecchio telefonico e delle linee telefoniche dell'Amministrazione». In altre parole, gli indagati avrebbero chiamato, tramite gli apparecchi in uso al Ministero, numerosi cellulari dove era presente l'opzione «autoricarica», ovvero il sistema che permette di ricaricare il credito telefonico in base alle chiamate ricevute. Successivamente i militari avrebbero lasciato riposare comodamente la cornetta appoggiandola alla scrivania. Ricariche gratis e sottrazione «degli apparecchi e delle linee telefoniche destinate all'attività istituzionale». In termini penali: Peculato, almeno secondo i magistrati che lavorano all'inchiesta. Gli indagati infatti avrebbero conseguito «l'ingiusto profitto pari al costo delle telefonate addebitato sulle bollette che i gestori di telefonia emettevano nei confronti del predetto Ministero nonché conseguendo l'ulteriore ingiusto vantaggio derivante dall'accredito che i predetti gestori effettuavano sulle schede telefoniche chiamate in proporzione alla durata della telefonata». Qualcuno sarebbe riuscito a ricaricare solo 50 euro, altri invece avrebbero occupato le linee telefoniche per ore, guadagnando anche 2000 o 3000 euro all'anno in telefonate. A insospettirsi era stata la stessa Capitaneria di Porto che, allarmata dal lievitare del costo delle bollette, aveva dato uno sguardo ai tabulati. Un funzionario aveva infatti notato diverse presunte anomalie a tre zeri. Dunque era stata data comunicazione in procura, dove era stato aperto un fascicolo. Si tratta solo di una richiesta di rinvia a giudizio, naturalmente ogni accusa mossa dai magistrati dovrà essere valutata dal giudice per le indagini preliminari e, se dovessero essere riscontrate anomalie, inizierà il processo penale necessario ad appurare la verità dei fatti. Secondo l’Avvocato Gabriele Galeazzi, difensore di uno degli imputati: «Non vi sarebbe prova dell’indebito ed illecito utilizzo dei telefoni fissi, laddove le telefonate sarebbero avvenute per motivi di servizio. L’assenza di ingiusto profitto – continua il legale - sarebbe inoltre comprovata dall’analisi dei tabulati telefonici svolta dal consulente di parte, dalla quale è emersa l’assenza di telefonate in uscita dall’utenza mobile del proprio assistito, che non ha mai utilizzato il bonus di autoricarica».

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