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«Il comandante era ubriaco e drogato ed è andato contro il mercantile»

Era ubriaco e drogato. In queste condizioni il capitano del peschereccio naufragato nella notte fra il 18 e il 19 aprile a 73 miglia dalle coste libiche. si tratta del tunisino Mohammed Alì Malek, 27...

Era ubriaco e drogato. In queste condizioni il capitano del peschereccio naufragato nella notte fra il 18 e il 19 aprile a 73 miglia dalle coste libiche. si tratta del tunisino Mohammed Alì Malek, 27 anni, sottoposto a fermo per naufragio colposo, omicidio colposo plurimo e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina assieme al siriano Mahmud Bikhit, 25 siriano e membro dell’equipaggio. A raccontare le condizioni pensoe del comandante, è uno dei superstiti alla tragedia, un minorenne che ora si trova in un cebntro di accoiglienza di Mascalucia, a catania. «Il comandante beveva vino, era ubriaco e fumava hashish mentre era al timone, poco prima che il barcone si scontrasse con la nave porta-container portoghese...», ga riferito il ragazzo. Il giovane parla in «bangli» la sua lingua d'origine e viene tradotto da un interprete italiano, confermando quanto sostenuto dalla procura di Catania e cioè che l'affondamento è stato provocato dalle manovre errate dello scafista al comando del barcone che hanno determinato la collisione con il mercantile, e dagli spostamenti bruschi dei numerosi migranti a bordo presi dal panico. «Quando il nostro barcone si è scontrato contro la nave, dopo le manovre del comandante che beveva vino, era ubriaco e fumava hashish mentre era al timone, ci siamo spaventati. Tutti siamo corsi verso la prua, e così si è prima inclinato e in cinque minuti il barcone si è inabissato. Mentre andavamo giù con l'acqua che ci travolgeva - ha continuato il minore - sentivamo le grida dei nostri fratelli chiusi a chiave nella stiva...». Il giovane racconta anche il suo miracoloso salvataggio: «Sono caduto in mare e sono rimasto per oltre mezz'ora in acqua prima che mi lanciassero una fune alla quale mi sono aggrappato. In mare c'era tanto buio e, in acqua, persone ovunque, non ho visto bambini, ma tanta gente disperata. A salvarmi è stato un marinaio filippino. Per due anni - ha proseguito - ho lavorato duro come meccanico in Libia per potere comprare il biglietto di sola andata per l'Italia. Su quella barca eravamo in tre i bengalesi, e tutti e tre siamo riusciti a salvarci perché eravamo sul ponte più alto. Un altro che si trova qui con me in questo centro ha perso la sorella di 19 anni, non sa più dove sia finita». Sempre ieri, la polizia ha fermato un presunto scafista, rintracciato presso il centro di prima accoglienza ex caserma «Gorio» di Bolzano. In manette per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina è finito Mohamed Diatta, 19 anni, originario del Senegal. Il provvedimento è stato emesso dalla Procura di Trapani nell'ambito delle indagini condotte sul naufragio avvenuto il 12 aprile a circa 80 miglia dalle coste libiche: 350 le vittime. I successivi soccorsi in mare svolti dalla nave «Bersagliere» della Marina Militare hanno consentito di mettere in salvo circa 150 naufraghi. Gli investigatori hanno accertato che il giovane senegalese pilotava, alternandosi con il connazionale Da Mbaou (anche lui fermato), un'imbarcazione di legno di circa 20 metri, partita dalla città libica di Zouara che trasportava circa 500 migranti, uomini donne e bambini di diverse nazionalità.

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