Ignazio D’Antone è stato il braccio destro di Bruno Contrada e anche su di lui fioccarono le accuse dei pentiti che gli costarono la gogna pubblica e una condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Scontata, ma da innocente, continua ad affermare l’ex dirigente della Mobile e della Criminalpol di Palermo. D’Antone, la detenzione di Contrada è stata definita ingiusta dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. E la sua? «Ingiusta è stata quella del mio amico Bruno, ingiusta è stata la mia. Noi abbiamo finito di scontare la pena e stiamo cercando di riprendere in mano la nostra vita, ma otto anni passati in carcere ingiustamente, senza aver fatto nulla se non il proprio dovere, ti portano alla disperazione. La vicinanza e l'affetto dei colleghi ci hanno tenuti in piedi, ma fino a quando saremo in vita ci batteremo per far emergere la verità». I pentiti l'hanno accusata di essere a disposizione delle cosche. «È troppo facile dire “lei è a disposizione delle cosche”. Ma che cosa significa? Non hanno mai raccontato nulla di concreto, mi dicevano che ero sul loro libro paga, che mi regalavano anche oro e orologi, ma quando i miei avvocati gli chiedevano cosa e quando avessi ricevuto, non rispondevano». Salvatore Cangemi disse che quando la incontrava non aveva la sensazione di avere di fronte “un cornuto e sbirro”. «Sì, lo ricordo, una vecchia leggenda. Questi pentiti, questi bastardi, ci accusavano senza dire nulla. Mi chiedo come abbiano fatto i magistrati a credere a certa gente». Perché i pm non hanno mai avuto dubbi sulla sua colpevolezza? «Non sono mai riuscito a darmi una spiegazione. Forse davo fastidio a qualcuno, forse il ruolo che ricoprivo faceva appetito. Ma io sono una persona perbene, forse anche troppo. Ecco perché non posso più credere a una magistratura capace di trovare la verità». Al processo i vertici della polizia sono stati dalla sua parte. «Perché conoscevano la mia onestà. Mi ha difeso De Gennaro, allora capo della polizia, e quelli successivi, come Manganelli e Pansa». La Corte europea “assolvendo” Contrada ha restituito la dignità anche a lei? «Sì, almeno da un punto di vista sostanziale. Da quello formale valuterò se chiedere la revisione del processo. Ma sono contento per Bruno, un galantuomo su cui metterò sempre la mano sul fuoco». Lei disse che si sentiva come Cristo in croce. È così anche adesso? «È passato molto tempo e ci rimane addosso ancora quel pesante e ingiusto fardello. Ma non sarà finita finché non capiremo chi ha voluto farci questo».
altra intervista - rocca «Anche io massacrato dai pentiti»
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