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Ustica, i giudici di Palermo ribaltano la verità processuale

Una presunta verità che ignora l'unica sentenza penale passata in giudicato, che dimentica le risultanze processuali e si fa beffa delle conclusioni dei più grandi periti internazionali di...

Una presunta verità che ignora l'unica sentenza penale passata in giudicato, che dimentica le risultanze processuali e si fa beffa delle conclusioni dei più grandi periti internazionali di incidentistica aerea. La decisione della prima sezione civile della Corte d'appello di Palermo sulla Strage di Ustica del 27 giugno 1980, che riconosce i risarcimenti a 68 familiari delle vittime stabilendo che il Dc9 dell'Itavia fu abbattuto da un missile, non prende in considerazione, infatti, la verità ufficiale. Il tribunale civile ha sancito che fu un caccia, incrociando il velivolo civile, a lanciare il missile assassino, e che dunque i ministeri dei Traporti e della Difesa sono responsabili per non aver garantito le condizioni di sicurezza. Non solo. Per gli stessi giudici, che pure hanno dovuto optare per la prescrizione, si è configurato anche un danno causato dal depistaggio delle indagini. L’Avvocatura dello Stato si era opposta a quattro sentenze emesse dal tribunale di Palermo, sostenendo, al contrario, che quel 27 giugno non ci fu nessuno scenario di guerra e che il Dc9 non fu abbattuto da nessun missile. Ma è stata sconfitta. Gli avvocati dei familiari delle vittime hanno affermato come sia ormai certo, «che il Dc9 sia stato abbattuto da un missile» perché «ogni contraria ipotesi è stata vagliata ed esclusa, compresa quella della bomba». Dunque, aggiungono, è questa «la verità processuale». Ma le loro convinzioni fanno a pugni con i fatti. Innanzitutto perché nell’unico processo penale che ha emesso una sentenza definitiva, i quattro generali dell’aeronautica militare giudicati per depistaggio, sono stati assolti. In secondo luogo perché quegli stessi giudici hanno stabilito che la cosiddetta «teoria del missile» non è provata. Nessuno, infatti, in 35 anni, è stato in grado di dire da dove il fantomatico caccia che avrebbe sparato il missile, sarebbe decollato; e nessuno ha mai indicato il luogo dove sarebbe atterrato. E chi, per anni, come ad esempio i magistrati, ha sostenuto che l’aereo-killer si sarebbe alzato in volo dalla portaerei americana Saratoga, è stato costretto a fare marcia indietro davanti alle prove che dimostravano l’insensatezza dell’ipotesi. C’è di più. Anche la ricostruzione che indicava in un mig libico caduto sulla Sila il responsabile dell’attacco al Dc9, è stata disintegrata al processo, quando venne accertato che quel caccia precipitò il 21 luglio 1980, ventuno giorni dopo l’esplosione del velivolo civile. Allo stesso modo è stato dimostrato che i famosi plot radar -12 e -17, che per i magistrati rappresentavano la prova della presenza di aerei militari vicino al Dc9, è stata giudicata in sentenza come «un salto logico non giustificabile» basato su «ipotesi e mai una sola certezza». Quei segni, infatti, furono registrati solo dal radar Marconi di Ciampino, mentre gli altri, più moderni, non videro nulla. Ma soprattutto, a rigettare quanto sostenuto ieri dagli avvocati dei familiari delle vittime, c’è quanto ha stabilito il processo penale sulle cause della strage di Ustica, e cioè che «un’esplosione all’interno dell’aereo, in zona non determinabile, di un ordigno, è dunque la causa della perdita del Dc9 per la quale sono stati individuati i maggiori elementi di riscontro», e che «certamente non vi sono prove dell’impatto di un missile o di una sua testata». Parole come pietre, ma dimenticate.

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