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Sollecito dopo l’assoluzione: «Non chiamatemi più assassino»

Angela Di Pietro Non intende accettare che qualcuno possa chiamarlo ancora «assassino». E avverte i mezzi di comunicazione. D'ora in poi agirà legalmente contro chiunque non si attenga, parlando di...

Non intende accettare che qualcuno possa chiamarlo ancora «assassino». E avverte i mezzi di comunicazione. D'ora in poi agirà legalmente contro chiunque non si attenga, parlando di lui, agli esiti processuali. Non sa se rivedrà Amanda Knox, compagna in questa disavventura che gli è costata, dice, una ferita che non è possibile rimarginare. I suoi legali Giulia Bongiorno, Luca Maori e Francesco Mastro stanno valutando la richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione. È durata poco più di sedici minuti la conferenza stampa che ieri mattina Raffaele Sollecito, assolto definitivamente quattro giorni fa in sede di Cassazione dall’accusa di aver ucciso la studentessa inglese Mererith Kercher, ha tenuto al Palazzo dei Congressi Cavour, nei pressi della Stazione Termini. L’ex boyfriend di Amanda Knox arriva con dieci minuti di anticipo rispetto all'orario fissato per l'incontro, le dodici. È accompagnato dalla vigile Giulia Bongiorno e dagli altri due legali che lo hanno seguito lungo questo slalom giudiziario e con loro anche il padre Francesco e la sorella Vanessa. Giacca e pantaloni blu, cravatta e camicia a righe sottili, esibisce il pallore di chi è reduce da un grosso stress. Giulia Bongiorno, che è stata difensore, tutrice ed anche mamma di questo ragazzo, spiega che l'incontro con la stampa non è su questioni «tecniche», ma un commento con i giornalisti fatto in modo che poi nei giorni prossimi lo lascino stare. L’avvocato dichiara che pur essendo una lontana parente di MIke Bongiorno, non vuole fare la presentatrice: chiede le domande ai giornalisti, le raccoglierà e le darà a Sollecito (che è accanto a lei) e prega di non porre quesiti tecnici sul processo, ai quali dovrebbero rispondere gli avvocati e non lui. È a questo punto che prende la parola Raffaele Sollecito, iniziando col ringraziare suo padre, la famiglia e gli amici che lo hanno aiutato a superare questo difficile periodo. Spiega: «Sia io che la mia famiglia siamo stati oggetto di tanto odio. Non sapere il perché è stato il momento più brutto. Dopo questa conferenza stampa non voglio più parlare di questo processo. E per quanto riguarda il mio rapporto con Amanda, era solo semplice affetto tra due ragazzi poco più che adolescenti. Auguro ad Amanda ogni bene. Mi sento come un sequestrato che dopo sette anni e cinque mesi torna alla libertà, dopo essere stato additato come un assassino senza uno straccio di prova, e dopo che la mia famiglia è stata fatta a pezzi per nulla», spiega Sollecito. Dice di non aver avuto dubbi sul fatto che alla fine sarebbe stato assolto, anche se era pronto a consegnarsi nel carcere di Trani in caso di condanna. Certo, aveva paura. Ma sarebbe stato anomalo non averne. «Questa vicenda per forza doveva finire così. Ma la mia ferita non si rimarginerà mai, perché è diventata troppo profonda nel mio cuore e nel mio animo. Ringrazio tutti i giudici che hanno creduto in me perché mi hanno ridato la dignità e mi hanno risarcito moralmente. Prima di trovarmi coinvolto in questo caso non sapevo dell'esistenza di una verità processuale, per me la verità è stata sempre e solo una e ho affrontato tutto con la verità nelle mie mani e a viso aperto». Sollecito legge quello che dice di aver scritto nei giorni seguenti all'assoluzione. «Il momento più bello è stata la telefonata di mia sorella che mi ha annunciato il contenuto della sentenza. Per me è cominciata una nuova vita. Per il momento più brutto ho l'imbarazzo della scelta in 7 anni e cinque mesi, un tempo infinito quando si soffre, quando si vive una tragedia infernale, è un tempo che non finisce mai. Il momento dell'arresto è stato uno dei più brutti». Gli viene chiesto se si senta vittima del sistema: « Beh, sette anni e cinque mesi per arrivare alla verità sono troppi». E la curiosità dei presenti si sposta su Amanda Knox: «Ci siamo sentiti domenica, per telefono. Anche lei ha festeggiato con la famiglia. Abbiamo parlato poco perché piangevamo. Non so se la rivedrò, questa non è una mia priorità. Siamo amici, fra noi c'è stato affetto. Le auguro tutto il bene possibile». Una domanda che gli viene rivolta riguarda Rudy Guede, l'italoivoriano che sta scontado sedici anni di carcere per l'omicidio di Meredith. Lui dice di non averlo conosciuto. E qui va fatta una parentesi, perché l'avvocato Bongiorno, parlando con l'inviato di un network privato, ha rivelato di aver capito che Raffaele era innocente quando, entrato in aula Rudy Guede, il ragazzo pugliese ha commentato, come se parlasse a se stesso: «Pensavo fosse più alto». Non lo aveva mai visto, dunque. È Francesco Sollecito a chiedere a Rudy Guede di dire finalmente la verità: «Lo deve alla famiglia Kercher, non ha nessun motivo per tacere». Uno degli avvocati, Francesco Mastro, ha spiegato che la richiesta dell'indennizzo per ingiusta detenzione sarà avanzata solo dopo che saranno depositate le motivazioni della Suprema Corte. Per i quattro anni che il giovane pugliese ha trascorso in carcere sarà probabilmente richiesto un risarcimento di mezzo milione di euro. Il legale di Amanda Knox aveva fatto analoga dichiarazione subito dopo l'assoluzione. Non manca un riferimento a Meredith kercher, la vittima del brutale omicidio. Ed al dolore della famiglia, rimasta scossa e delusa dalla sentenza. Raffaele Sollecito: «A me dispiace molto che la famiglia di Meredith sia delusa dalla sentenza. Questa sentenza è la verità processuale che per questa volta coincide con la realtà dei fatti. Io non ho nulla a che fare con questo delitto, Meredith la conoscevo pochissimo e non avevo alcun motivo per rendermi partecipe di un reato così orribile. Io spero che loro, attraverso le persone loro vicine, sappiano quello che sto dicendo». L'incontro con la stampa finisce, c'è un rappresentante del "Sun" che fa una domanda a Sollecito e lui risponde in inglese. Poi i saluti e la corsa fuori dal Centro Congressi. Per un momento Giulia Bongiorno gli prende la mano, come a rassicurarlo. La stampa vuole fare altre domande, ma lui prende un taxi al volo e se ne va. Forse, aveva detto, scriverà un libro autobiografico. O forse no. Per ora vuole solo dimenticare.

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