L'immagine che meglio si adatta al caso in esame è quella dei "frattali", oggetti che si autoriproducono - su scale diverse - sempre simili a loro stessi. A Palermo, secondo le difese degli imputati carabinieri evergreen ovvero Mario Mori, Giuseppe De Donno e Mario Obinu, sta succedendo una cosa simile: la Procura, dopo aver inseguito i fantasmi della mancata cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso (Mori e Obinu assolti, processo d'Appello pendente) e quelli della presunta Trattativa tra Stato e Cosa nostra per fermare la stagione delle stragi siciliane (tutti e tre alla sbarra), ha aperto un nuovo fascicolo (stavolta contro ignoti) che serve da «sacca di trasfusione» per atti di indagine da dirottare nei procedimenti già in corso. In pratica, alimentando un infernale circuito investigativo che per gli avvocati Musco, Milio, Saccone e Romito, è potenzialmente eterno. In un esposto - inviato anche al presidente della Repubblica- i legali denunciano l'abitudine di «aprire e portare avanti procedimenti identici (che, come vasi comunicanti, si caratterizzano per l'interscambiabilità degli elementi di prova)» che da un lato comprime il diritto di difesa e dall'altro «oggettivamente consente di eludere le disposizioni del codice di rito sui termini di durata massima delle indagini preliminari, per condurre, di fatto, indagini perenni, i cui esiti vengono poi utilizzati per alimentare i processi in corso». In particolare, il nuovo procedimento riguarda presunte connivenze tra mafia e servizi segreti all’epoca in cui il generale Mori era un giovane ufficiale in forze al Sid, l’intelligence del ministero della Difesa. Stiamo parlando degli Anni Settanta, quando i coimputati Obinu e De Donno avevano rispettivamente 14 e 10 anni e quando il reato di mafia nemmeno esisteva. Quanto è utile, a quasi mezzo secolo da quei fatti, si domandano gli avvocati degli imputati, continuare un'attività giudiziaria che costa fior di quattrini alle casse dello Stato? E soprattutto com'è possibile che, in tempo reale, i contenuti di questa nuova inchiesta (che è in pratica la gemella della Trattativa) a cominciare dagli interrogatori degli ex 007 colleghi di Mori finiscano sui giornali prima ancora che siano messi a disposizione delle parti? Scrivono i penalisti: «È evidente la violazione del diritto di difesa, insita in tale tecnica, atteso che si è costantemente costretti ad inseguire le virate della Pubblica Accusa, laddove il processo, seppur nella dinamicità della sua natura accusatoria, dovrebbe servire a vagliare la fondatezza di un'ipotesi accusatoria formulata e cristallizzata a monte, non continuamente mutevole e foriera di possibili nuove, diverse ed ulteriori contestazioni». Magari sfruttando nuove intercettazioni (forse, secondo i penalisti, alcune utenze sono tutt’ora sotto controllo) senza che l’attività di controllo elettronico abbia offerto, nelle precedenti indagini, un qualificato supporto alle tesi dell’accusa. Torna la domanda: per quale motivo proseguire a prosciugare le casse del ministero della Giustizia per un’inchiesta che, qualora per assurdo accertasse condotte illegali, dovrebbe scontrarsi col muro di cemento armato della prescrizione? E ancora: come mai i pm titolari del fascicolo, pur avendo lasciato la Dda (Di Matteo, ad esempio) sono legittimati ad occuparsene? E inoltre: perché nei brogliacci di ascolto delle conversazioni spiate sono indicati anche i colloqui con gli avvocati pur essendone vietato l'ascolto?
Trattativa e non solo, indagini eterne
Gli avvocati di Mori: si aprono nuovi filoni per alimentare i vecchi fascicoli. Accertamenti perfino sui rapporti tra 007 e mafia nei lontanissimi anni ’70
