Attualità

«Figlio di», quando il padre è un uomo politico

Complesso d’Edipo e lotta generazionale come tra George Bush senior e junior

Riflettendoci, la politica trasuda paternità. A partire dalle metafore: i padri costituenti, i padri della patria, il padre della tal legge. Per chi, magari, lascia un partito e poi si pente vien detto che torna alla casa del padre. Poi però c’è l’altro aspetto delle vita vera, dove l’ impegno totalizzante richiesto dalla politica si insinua nel rapporto filiale o paterno, creando contrasto, a volte anche molto netto, tra dimensione pubblica e privata. Questo sembra di cogliere leggendo nel libro «Segreti e Misfatti», in cui Umberto Cicconi racconta i suoi anni da fotografo di Bettino Craxi, il passaggio in cui il leader socialista accoglie, ad Hammamet, il padre Vittorio. Il Bettino Craxi al massimo del suo splendore politico, ammirato, caratterizzato da una fortissima dirompenza umana temuta da amici e nemici, dinnanzi al padre diventa «un ragazzo imbarazzato» e «proteso ad apparire come un bravo figliolo che era riuscito nella vita». Un atteggiamento ossequioso che ritroviamo anche in Silvio Berlusconi. La mente va al discorso della discesa in campo, il 26 gennaio 1994. «L’Italia è il Paese che amo - scandiva fissando la telecamera - qui ho imparato da mio padre e dalla vita il mestiere di imprenditore». La memoria del genitore, morto 5 anni prima, diveniva argomento fondante e chissà, magari propiziatorio, di una scelta che gli avrebbe cambiato la vita. Poi c’è l’altro lato della medaglia. Quando i politici sono genitori. E qui, la politica finisce per essere punteruolo di un legame tormentato, com’è giusto che sia, già di suo. Un po’ complesso di Edipo, un po’ guerra di barricata generazionale, umanissima ma amplificata dal ruolo dell’augusto babbo di fronte al quale l’irriverenza del figlio diventa la più efficace delle opposizioni. E così troviamo George Bush Senior, nel 1973, che accoglie nel giardino l’intemperante rampollo George W, reduce ubriaco dai bagordi notturni di cui aveva fatto le spese un secchio della spazzatura davanti casa centrato in pieno con l’auto. «Vuoi fare a botte?» provocò il figlio. Bastò la tagliente risposta dell’altro per scongiurare la rissa tra due futuri presidenti degli Stati Uniti: «mi hai deluso», disse e rientrò in casa. Le burrasche della paternità, però, si sperimentano di frequente anche quando un figlio adolescente decide di chiudere i contatti e starsene per un po’ per i fatti suoi, mancando per ore da casa e mettendo in allarme tutta la famiglia. Ne scrivono, nelle rispettive autobiografie, Tony Blair e Claudio Martelli. Il primo raccontò di un’intera notte in ansia aspettando il figlio Euan, riportato a casa da un agente a Downing Street dopo essere stato arrestato per consumo di alcolici in età non consentita. Martelli, invece, descrisse compiutamente l’apprensione nell’attendere il figlio Giacomo che aveva fatto perdere le proprie tracce, infarcita dal vortice di sensi di colpa per le prolungate assenze da impegni politici. Alla fine, il ragazzo rientrò, da solo, dopo una scappatella per raggiungere un’amica. Storie di riverenza, conflitto e vitalità, comunissime. E confortanti, perché incorniciano una politica di cui, troppe volte, fatichiamo a ricordare che è fatta di uomini.

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