Il potente «burocrate trasversale», l’immarcescibile dirigente del ministero dei Lavori pubblici, il pluri-indagato sempre prosciolto, l’eterno funzionario di ogni governo. Di destra o di sinistra, era solo un dettaglio. L’arresto di Ercole Incalza pone fine alla carriera, formalmente terminata pochi mesi fa ma subito «rilanciata» con una consulenza esterna nel gennaio scorso, dell’uomo il cui nome è risuonato per 14 anni consecutivi nei palazzoni ministeriali. Anzi, «nel» palazzone, quello di Porta Pia, che ha visto succedersi ministri di ogni tipo o colore. E lui c’era sempre, difeso dal capo di turno, protetto da quello successivo, indenne alle molte inchieste, quattordici, che lo hanno colpito senza mai scalfirlo, né personalmente, né giuridicamente. Nato a Brindisi nel 1944, nel giorno di Ferragosto, il sole gli sorriderà spesso. Incalza approda al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti nel 2001, dopo l’accorpamento dei Lavori pubblici, ed è subito a capo della segreteria tecnica di Pietro Lunardi, dunque sotto il governo Berlusconi. Da quel momento diventa l’«uomo fisso» di quelle stanze: ci rimane quando ministro diventa Antonio Di Pietro con Prodi premier, viene nominato capo struttura di missione col successore Altero Matteoli, nulla cambia quando arriva Corrado Passera, scelto come ministro da Mario Monti, resta al suo posto anche con Maurizio Lupi sotto il governo di Enrico Letta, infine riconfermato dallo stesso Lupi nell’attuale Esecutivo di Matteo Renzi. Il «potentissimo dirigente» dei Lavori pubblici, come viene definito nelle carte dell’inchiesta, in quell’ambiente, in realtà, aveva già mosso i suoi primi passi ai tempi del ministro socialista Claudio Signorile, per poi, dopo la chiamata di Lorenzo Necci, presidente delle Ferrovie dello Stato, farsi notare per l’affidamento ai «General Contractor» Eni, Fiat e Iri delle prime linee dell’Alta velocità nel nostro Paese. Il nome di Incalza spunta fuori in numerose inchieste sulla Grandi Opere. Compare, ad esempio, ma non da indagato, nelle intercettazioni su quella del Mose, là dove si parla della nomina del Magistrato delle Acque e dei finanziamenti per l’infrastruttura lagunare. Spunta anche, ancora una volta senza essere indagato, nell’inchiesta sull’Expo, citato in una conversazione da Gianstefano Frigerio, l’ex parlamentare della Democrazia cristiana arrestato nel maggio scorso con l’accusa di aver fatto parte della cosiddetta «cupola degli appalti» che pilotava, in cambio di tangenti, le gare dell’Expo e della Città della Salute. Finisce indagato dalla procura di Firenze per il nodo fiorentino della Tav, dai cui appalti sarebbero scaturiti gli arresti di ieri. Nel 2013 il ministro Lupi e quello dell’Interno, Angelino Alfano, creano una task force per rispondere agli incidenti e alle minacce che stavano riscaldando gli animi sui cantieri della Tav. E a guidarla viene piazzato proprio Incalza, che alle spalle aveva già 14 proscioglimenti ed era, come accennato, sotto inchiesta, insieme ad altre 31 persone, per gli appalti del sotto attraversamento fiorentino della Tav. I reati contestati agli indagati andavano dall’associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata, traffico dei rifiuti, corruzione, favore negli appalti alle Coop rosse. A ricevere un avviso di garanzia anche Maria Rita Lorenzetti, ex presidente della Regione Umbria. Per la procura di Torino, i lavori per quel tunnel erano anche a rischio di infiltrazioni da parte dei Casalesi. Il 12 febbraio scorso i pm hanno chiesto il rinvio a giudizio per tutti, compresa la Lorenzetti. Più volte le inchieste giudiziarie sul suo conto sono finite in prescrizione. Fra queste quella in cui era indagato per aver pagato il magistrato al fine di ottenere l’archiviazione. Ma le «macchie» sul suo passato non provocano il siluramento di Incalza, che rimane sempre al suo posto, potente come prima. Nel febbraio del 2014, infatti, pochi giorni prima del giuramento del governo Renzi, nonostante l’indagine sul suo conto, viene confermato nel suo incarico di dirigente ministeriale. Anni prima, nel 2004, emerge che Angelo Zampolini, l’architetto che ha pagato parte della casa al Colosseo dell’ex ministro Claudio Scajola (assolto per questa vicenda), consegna 820mila euro al venditore di una casa a piazzale Flaminio, nella Capitale. Immobile poi acquistato dal genero di Incalza, Alberto Donati, al costo di 390mila euro, mentre qualche settimana prima Zampolini aveva stabilito il prezzo a 1 milione e 140mila euro. Sentito dalla Guardia di finanza, Donati spiega che «su suggerimento dato da Angelo Balducci (ex provveditore alle Opere pubbliche di Roma che insieme a Diego Anemone faceva parte della cosiddetta “cricca del G8”, ndr) a mio suocero, fummo contattati dall’architetto Zampolini. Noi consegnammo la cifra pattuita di 390mila euro», e il resto l’avrebbe pagato lo stesso Zampolini, che ai magistrati ha spiegato il presunto ruolo da protagonista avuto da Incalza. Nel 2005 Maurizio Lupi, al Meeting di Rimini, ringrazierò pubblicamente Incalza definendolo «una persona eccezionale e un patrimonio per il nostro Paese».
Un superburocrate trasversale e "sempreverde"
La carriera Cominciò col ministro socialista Signorile, poi fu chiamato dal patron delle Fs Necci finito nei guai più volte con la giustizia, alle spalle ha ben 14 inchieste e altrettanti proscioglimenti
