Brutalmente uccisa dal fidanzato perché diventata «pericolosa». È questa la spiegazione con la quale i giudici della Corte di Appello di Milano sintetizzano la morte della stagista Chiara Poggi, ammazzata con quattro colpi alla testa il 13 agosto 2007 nella villa in cui abitava insieme alla famiglia a Garlasco, Pavia. Il fidanzatino Alberto Stasi, condannato il 17 dicembre scorso a sedici anni di carcere dopo sette anni di inchiesta, due assoluzioni in Primo ed in Secondo Grado ed il ribaltamento in Cassazione, l’otto aprile 2014, avrebbe compiuto qualche errore grossolano pur in una esecuzione apparentemente priva di sbavature. In centoquaranta pagine, la Corte di Appello ricostruisce l’omicidio avvenuto in via Pascoli e la morte di Chiara, che Stasi chiamava Tatina. «La vittima è stata massacrata senza fatica: era inerme, evidentemente aveva troppa fiducia nel suo visitatore per provare a difendersi. Le modalità dell’aggressione indicano un pregresso, che ha scatenato il raptus omicidiario». Alberto Stasi, biondino dagli occhi di ghiaccio che in una cartella chiamata «Militare» aveva accumulato circa 400 foto di aerei e 7049 foto pornografiche suddivise in ventidue cartelle (donne anziane, violenze sessuali, oggetti fallici, persino un video con un uomo di colore omosessuale), potrebbe essersi sentito costretto ad ammazzare Chiara Poggi. L’ipotesi è che lei «pur di larghe vedute», potesse non aver gradito la passione solforosa del fidanzato. Lui, a sua volta, avrebbe sentito minacciata l’immagine che offriva al mondo: un ragazzo perbene senza grilli e pervesioni sessuali per la testa. Il movente tuttavia resta «sconosciuto». Le ipotesi dei magistrati s'infrangono contro la verità dei fatti che probabilmente resterà chiusa fra l’assassino e la sua vittima. LE PROVE CONTRO L’IMPUTATO È stato il sangue ad incastrare Stasi. Il pavimento in cotto del piccolo soggiorno di casa Poggi era imbrattato di sangue, così le scale che portano alla cantina: ciò nonostante le scarpe ed il tappetino della Golf con la quale si è recato in Caserma subito dopo la scoperta del cadavere erano pulite. E dire che grazie al Luminol vengono scoperte tracce vecchie di giorni. Di più: i pedali della bicicletta «Umberto Dei», modello Giubileo, di proprietà dell’imputato erano invece intrisi del dna di Chiara. Ma a dare il colpo di grazia al presunto omicida è il suo dna (assenti quello della vittima o dei suoi familiari) sul dispenser del portasapone, sul lavandino del bagno. Anche perché è dato per certo che chi ha ucciso ha provveduto a lavarsi le mani, dopo. INDAGINI IMPERFETTE Nelle motivazioni della sentenza contro Stasi viene sottolineato come «la Corte abbia preso atto delle molte criticità di alcuni degli accertamenti svolti, riconducibili a errori e negligenze anche gravi dovuti non solo all’inesperienza degli inquirenti». Ciò nonostante viene affermato che in «molte occasioni sia stato proprio l’imputato ad indirizzare e a ritardare le indagini in modo determinante e a sé favorevole». E ancora: «Quella che la difesa proseguono i giudici - ha descritto come una condotta di "massima disponibilità" da sempre mostrata da Stasi in questo processo, è infatti suscettibile di una diversa lettura». Come a dire che l’atteggiamento avuto da Stasi, contestualmente al tempo che inesorabilmente ha cancellato prove (forse) importanti, possa essere stato determinato solo dalla volontà di acquisire benefici personali e non al desiderio di fare chiarezza sul brutale fatto di sangue. CHIARA SENZA DIFESE Chiara Poggi era sola in casa, la domenica del tredici agosto 2007. La famiglia si trovava in vacanza nel Trentino, Alberto Stasi era stato da lei la sera precedente: una pizza e la tv insieme, poi se ne era tornato a casa perché la mattina seguente «doveva preparare la tesi». Ed infatti le analisi sul suo computer rivelano che lui lo accende intorno alle nove, il pc: guarda sette foto pornografiche, scrive la tesi. Il computer resta acceso, ma verso le dieci e per un paio d’ore non vengono registrate attività. È proprio il lasso di tempo in cui presumibilmente Chiara Poggi viene uccisa. In pigiama. Nella sua casa che era dotata di allarme. Allarme che lei ha disattivato perché chi ha bussato alla sua porta non le faceva paura. Ed infatti l’uomo (per la giustizia proprio Alberto Stasi) che è entrato in casa l’ha colta di sorpresa, massacrandola con un martello mai ritrovato e poi buttandola lungo le scale che portano alla cantina.
I giudici: "Stasi ha ucciso Chiara perché la riteneva pericolosa"
Delitto di Garlasco, dopo 2 assoluzioni condannato a 16 anni. Le motivazioni della Corte d’Appello: incastrato dal sangue
