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"È Ercolino che decide i nomi. Lui fa il bello e il cattivo tempo"

Il dirigente era considerato il "dominus totale" del dicastero

"Ercolino...è lui che decide i nomi...fa il bello e il cattivo tempo ormai là dentro...o dominus totale". È la sintesi del potere in mano a Ercole Incalza, dal 2001 al ministero delle Infrastrutture governato sia dal centrodestra sia dal centrosinistra, e da ieri in carcere. L'uomo, secondo gli inquirenti fiorentini «occupava un posto chiave e utilizzava la propria funzione in maniera asservita agli interessi di Stefano Perotti». Il trucco che avrebbero scoperto i militari del Ros, era "semplice" e"«fondato su reciproci rapporti di interesse illecito".     IL MODUS OPERANDI Il modus operandi, secondo la procura, consisteva nel fatto che «le società consortili aggiudicatarie degli appalti rientranti nelle grandi opere fossero indotte da Incalza – si legge nel provvedimento restrittivo – a conferire a Perotti o a professionisti e società a lui riconducibili, incarichi di progettazione e conduzione dei lavori garantendo di fatto il superamento degli ostacoli burocratico-amministrativi». A questo punto Perotti, in base alle indagini, quale contropartita «avrebbe assicurato l'affidamento di incarichi di consulenza e/o tecnici a soggetti indicati da Incalza, destinatari anch'egli di incarichi lautamente retribuiti dalla Green Field System srl, società affidataria della direzione dei lavori». Ed ecco spuntare anche la posizione di Francesco Cavallo che per i pm veniva riconosciuto da parte di Perotti «tramite società a lui riferibili, una retribuzione mensile di circa 7000 euro come compenso per la sua illecita mediazione». Sotto la lente d'ingrandimento degli inquirenti sono finiti così appalti per un totale di 25 miliardi di euro. Una cifra importante se si pensa che per ogni gara la direzione otteneva dall'1 al 3% del valore totale dell'opera. Dunque milioni e milioni di euro che sono stati gestiti dalla presunta cricca.     IL RUOLO DI ERCOLE Per avere un'idea del giro di affari ecco un'intercettazione del Ros del 25 novembre 2013 tra un alto dirigente Fs e un consigliere presso il ministero delle Infrastrutture: «Senza l’intervento di Ercolino, al 100% non si muove una foglia...si sempre tutto lui fa..ti posso garantire...ho parlato con degli amici..(...)Vabbè...non l’hanno capito che la gente si sta scocciando di tutte queste porcate e prima o poi farà casino». L'inchiesta denominata «Il sistema» parla di grandi opere. Basta fare un salto indietro di qualche anno e torna alla mente l'inchiesta «G8 grandi eventi». In quell'occasione i nomi che finirono nel mirino di varie procure italiane, tra gli altri, erano stati quelli di Angelo Balducci e di Diego Anemone. Adesso tornano, anche se non indagati, in un'ordinanza della procura di Firenze. Anche in questo caso spunta la compravendita di un appartamento, nel luglio del 2003, a Roma e, a distanza di undici anni, un furto in casa di Incalza. Partiamo dal primo episodio. Nelle carte della procura si legge: «Alberto Donati, genero di Ercole Incalza ha acquistato il 7 luglio 2003 un appartamento a Roma in via Gianturco n° 5 per il prezzo indicato nel contratto di compravendita di 390.000 euro da Maurizio De Carolis e Daniela Alberti. Il corrispettivo della compravendita, ammontante in realtà, a 520.000 euro risulta essere stato pagato tramite 52 assegni circolari di 10.000 euro l’uno tutti intestati a Maurizio De Carolis. Tali assegni sono stati emessi su richiesta di Angelo Zampolini utilizzando del denaro contante procuratogli da Diego Anemone». E ancora: «Sia Alberto Donati sia Angelo Zampolini indicano che la compravendita è avvenuta in virtù del legame tra Incalza e Balducci, socio di fatto di Anemone. I motivi per i quali Balducci avrebbe favorito Incalza non sono chiari. Sta di fatto che, nel corso della perquisizione del 17 gennaio 2012, è stata trovata in un computer nella disponibilità di Incalza una lettera avente come destinatario “Berlusconi” in cui egli spiega le ragioni per cui ha nominato Balducci quale nuovo Presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici».     IL FURTO Ecco invece il furto. Il 3 febbraio 2014 fu forzata la porta blindata di casa Incalza. In un'intercettazione, l'arrestato e la figlia esprimono sospetti sul colpo: «Cercavano qualcosa perché sono stati solo in camera di mamma....Questi son stati mandati...». Il furto in casa di Incalza è stato denunciato solo il 21 marzo. Per avere un'idea di come veniva considerato Incalza basta leggere un'intercettazione del 15 luglio 2014. In un intercettazione tra Giulio Burchi, indagato e un ex parlamentare, il secondo afferma in riferimento a Incalza: «...Lui è diventato un altro uomo ... non è che prima fosse un santo ... era un grande paraculo ... era al servizio eccetera ... poi si è messo in proprio diciamoci la verità ...». Braccio destro di Incalza è Stefano Perotti, definito dal gip come «ambiguo». Tanto da usare un telefono di un sacerdote deceduto. «Nel corso delle indagini è emerso il fatto che Giorgio Mor, suo cognato, indagato, si fa chiamare da lui da un telefono pubblico e su un'utenza «intestata al sacerdote Giacomo Vigo». Il suo corpo fu scoperto in mare, a Livorno.

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