Attualità

Il servitore dello Stato si difende da solo

Nasce l’associazione Les per spese legali e controffensive giudiziarie: "Le targhe identificative? Ormai in ordine pubblico chi delinque è salvo"

Ma a loro, ai poliziotti, qualcuno ha chiesto cosa pensano del dover girare con una «targa» stampata sulla testa? Ovviamente no, anche perché sono agenti di polizia e non possono parlare liberamente come qualunque altro cittadino. Ma altri soggetti possono far capire quanta amarezza ci sia nel cuore di chi rischia la vita ogni giorno per la collettività. Un’amarezza inevitabile davanti alla norma che propone il codice identificativo su quel casco che vorrebbero non indossare mai. Così il Sap, Sindacato Autonomo di Polizia, (che boccia il provvedimento che mette in soggezione gli agenti) ha diffuso un volantino ironico e amaro, con gli agenti coperti di vernice dai manifestanti e la scritta: «E adesso metteteci pure i numeretti... Tanto non si vedono». E molto dell’umore di chi giorno e notte pattuglia le strade, può essere compreso andando a consultare il sito di Les, il forum della Legalità e Sicurezza. Anche questa Associazione, nata per promuovere e diffondere la cultura di una corretta tutela della collettività (e che proprio a questo scopo propone un questionario), chiede di riflettere di fronte all’immagine di quegli agenti imbrattati di vernice. E si domanda se è questo il risultato del grande progetto «Il poliziotto un amico in più», quest’anno alla quindicesima edizione. L’iniziativa è promossa dalla Polizia di Stato, con il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e l’Unicef. E Les invita a confrontarsi su un punto: che il «tema centrale» di tante manifestazioni, politiche, sociali o calcistiche «è sempre e solo l’aggressione ingiustificata e inammissibile alle Forze dell’Ordine». La violenza, in certi casi, non è un «incidente», ma l’obiettivo. E se l’obiettivo di un appuntamento in piazza non è più dire la propria idea, ma sfidare e offendere le forze dell’ordine il problema va inquadrato e affrontato in maniera idonea. Come spiega l’esperto del settore, l’avvocato Eugenio Pini, che viene chiamato ormai in automatico a difendere appartenenti alle forze dell’ordine indagati per reati relativi al servizio. «La scelta di apporre sul casco degli agenti un numero identificativo durante i servizi di ordine pubblico e quindi di consentire l’enucleazione dell’operante - afferma Pini - è un tema molto dibattuto che non può prescindere dall’inquadrare cosa è oggi l’ordine pubblico». E ancora: «L’ordine pubblico è fortemente cambiato. Non parliamo più di manifestazioni o contesti storici dove è posto in pericolo l’ordine democratico, ma dove, con diversi pretesti, che possono essere di natura calcistica, sociale, no tav, movimenti per la casa, scuola, o politica, si aggrediscono le forze dell’ordine. Voglio dire - continua Pini - che gli operatori non si pongono più a presidio di parti contrapposte o di terzi ma che sono loro stessi il bersaglio diretto dei "manifestanti". Quindi dobbiamo ripensare l’intero sistema di ordine pubblico e solo dopo, molto dopo, parlare dell’identificativo». L’avvocato Pini propone per questo di rinviare la discussione sull’identificativo, perché prima servono «regole certe ma non, come stanno proponendo, in merito a moduli operativi relativi al come intervenire, ma principalmente al quando intervenire». «In altre parole - prosegue - il momento in cui al presidio di ordine pubblico è richiesto un intervento con uso della forza, ovvero una carica, deve essere determinato e non si deve più, in alcun modo, ricorrere a valutazioni postume in aule di giustizia o in commissioni disciplinari. Deve esserci quindi un sistema on/off certo, sicuro ed evidente». E la cosa più importante è che «mai più devono ricadere sugli agenti operanti responsabilità legate alla decisione dell’intervento. Questi professionisti non possono più vivere nell’incertezza».

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