Va verso l’archiviazione l’indagine della Procura di Viterbo sulla morte di Carmine Schiavone. Il boss pentito dei Casalesi è deceduto lo scorso 22 febbraio per un arresto cardiaco, dopo essersi sottoposto a un intervento chirurgico nell’ospedale viterbese di Belcolle. Dall’autopsia è emerso che si è trattato di morte naturale: Schiavone aveva un cuore malridotto. L’ex boss – che aveva iniziato a collaborare con la Dda di Napoli nel 1993 e le cui rivelazioni sono ritenute attendibili dalla Direzione nazionale antimafia almeno fino al 2010 – era caduto dal tetto della sua abitazione. Ricoverato nel nosocomio di Viterbo, era stato sottoposto a un intervento di neurochirurgia su una vertebra. Il peggio sembrava passato, tanto che era stato dimesso. Alcuni giorni dopo, però è morto per un arresto cardiaco. I familiari di Schiavone, a due giorni dal decesso, hanno presentato una denuncia alla Procura, sostenendo che «poteva essere fatto di più» al momento del ricovero e dopo l’intervento. Il pm titolare del fascicolo ha subito proceduto a iscrivere nel registro degli indagati una dozzina tra medici e infermieri dell’ospedale Belcolle che, a vario titolo, avevano avuto in cura il boss pentito. Il reato ipotizzato era omicidio colposo. I carabinieri del comando provinciale di Viterbo hanno proceduto a sequestrate le cartelle cliniche, mentre il pubblico ministero ha disposta l’autopsia sul corpo di Schiavone. Proprio l’esame autoptico ha accertato che è stata una morte naturale. «Abbiamo aperto l’indagine per capire se si fosse trattato di un caso di malasanità – ha spiegato il procuratore capo di Viterbo Alberto Pazienti – L’ipotesi era che Schiavone fosse deceduto per un comportamento negligente da parte dei medici, che non l’hanno ricoverato nel reparto di terapia intensiva subito dopo l’intervento. In realtà, l’autopsia ha svelato che il paziente aveva un cuore malridotto ed è morto per questa ragione». Schiavone viveva da diversi anni in una località protetta nell’alto Lazio, insieme a un figlio e alla moglie, con una nuova identità. Aveva concluso da qualche anno il programma di protezione e, nel luglio del 2013, aveva terminato di scontare la reclusione domiciliare. Le rivelazioni dell’ex collaboratore di giustizia hanno aperto il coperchio sullo scandalo del traffico dei rifiuti tossici gestiti dai Casalesi, a partire dallo sversamento illegale nell’agro campano, con conseguenze devastanti per la vita degli abitanti di quella che è stata ribattezzata la «Terra dei fuochi». Recentemente Schiavone aveva avvertito: «La provincia di Viterbo non è immune dal traffico dei rifiuti», e aveva annunciato altre clamorose dichiarazioni. La Procura di Roma, dopo la morte dell’ex boss, ha sequestrato il suo archivio. L’operazione è stata coordinata dal procuratore Giuseppe Pignatone e concordata con la Commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti presieduta dall’onorevole Alessandro Bratti. Il mistero più grande da svelare si nasconde in quei faldoni.
«Schiavone aveva un cuore malridotto»
Va verso l’archiviazione l’indagine dei pm di Viterbo sulla morte del boss pentito dei Casalesi
