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"Il Papa voleva pagare 10 miliardi per Moro"

Il confessore del leader Dc monsignor Mennini: "Mai stato nel covo Br. C’era un altro postino. Non ero io"

Paolo VI voleva liberare Aldo Moro, magari trattando con le Brigate Rosse. Aveva persino messo a disposizione 10 miliardi di lire per il pagamento del riscatto. Lo Stato, però, non avrebbe dimostrato attitudine ad una trattativa con i rapitori, il clima non era favorevole. «Io avrei trattatto, potevano convocare la Camera, fare finta di discutere per prendere tempo, come mai è stato detto no a tutto? Se Fanfani avesse detto trattiamo questi si sarebbero fermati». L'ex presidente della Democrazia cristiana, però, forse lo avrebbe potuto salvare solo la divina provvidenza. In ogni caso, monsignor Antonello Mennini, sostiene di non essere mai stato nel covo delle Br, dove era detenuto lo statista, e di non averne mai raccolto l’ ultima confessione. «Mi avrebbe fatto piacere farlo. Forse avrei potuto portargli un po' di conforto», spiega. «E poi, diciamo la verità, di che cosa doveva confessarsi quel povero uomo?» Quasi tre ore di audizione, ieri, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta che si occupa della morte di Aldo Moro per il nunzio apostolico in Gran Bretagna, monsignor Antonio Mennini: il «postino» incaricato, per molti, di essere il "canale segreto" tramite cui i carcerieri di Moro e lo stesso leader Dc, recapitavano i messaggi dalla prigione del popolo. Un fiume in piena di racconti, domande e risposte. La verità sulla morte dello statista, avvenuta il 9 maggio del 1978 dopo 55 giorni di prigionia, potrebbe essere molto vicina o forse ancora troppo lontana. Le parole del prete, che ai tempi aveva poco più di trent'anni, non hanno convinto tutti. «Non era quello che mi aspettavo, non mi convince che lui non ci sia stato nel carcere brigatista - dichiara Gero Grassi, vicepresidente della commissione - Che dica la verità bisogna darlo per scontato, perché non abbiamo elementi per smentirlo», dice, riferendosi alla circostanza, negata dal prelato, di aver visto Moro durante i 55 giorni. «Il percorso di questi anni - aggiunge - ci spingeva a pensare che ci fosse stato un canale di ritorno e che qualcuno fosse stato da Moro. E ritenevamo fosse lui. Ora lui smentisce, dicendo che potrebbe essere stato un altro sacerdote, amico dei brigatisti. Ne prendiamo atto. Oggi viene fuori che è stata altra persona, la cercheremo». E proprio su questa nuova ipotetica figura potrebbe aprirsi un altro capitolo della terribile vicenda. Nè è convinto il presidente della commissione Giuseppe Fioroni: "Da monsignor Mennini una cosa del tutto nuova sulla vicenda Moro: c'era un canale di ritorno che si interrompe intorno al 5 maggio». Per Fioroni è questa la novità che emerge dopo la lunga deposizione del Nunzi. Mennini recapitò ai familiari alcune delle lettere del presidente Dc, scritte dalla prigione brigatista. «Don Antonello ha detto che nell’ultima telefonata che gli fecero i brigatisti, il 5 maggio del 1978, quando al telefono lo chiamò il professor Nicolai (Valerio Morucci) - aggiunge - si sentì dire che si faceva riferimento a lui per la consegna della lettera di addio di Moro, perché la persona che dovevano contattare non c'era più, la persona individuata non era più reperibile». Secondo Fioroni un elemento nuovo «che ci dice come si arriva al 9 maggio, senza un canale utile per la trattativa» sulla liberazione di Moro. Ipotesi, nuovi indizi, trattative mai iniziate e ancora dubbi e incertezze sul sequestro e il rapimento dello statista. Certo è che per il prelato, in quelle condizioni, Aldo Moro si sarebbe potuto salvare solo grazie all'intervento divino. Nel marzo del 1978, in pieno rapimento, Mennini si reca al Viminale per incontrare l'allora ministro dell'Interno Francesco Cossiga. A ricostruire l'incontro è lo stesso Nunzio: «Ci venne indicato un sacerdote dei Pallottini con presunte doti di sensitivo: fu lui ad indicare su una mappa un punto dell’Aurelia. Ne parlai con il professor Tritto (assistente di Moro, ndr) - racconta ancora don Antonello - e lui disse che era importante, che dovevamo dirlo al ministro e ottenne un appuntamento. Fummo ricevuti al Viminale dove ci tennero a bagnomaria' per 3 o 4 ore, ogni tanto Cossiga entrava e chiedeva a Tritto se era possibile avere qualche indumento di Moro, qualche scritto, ipotizzando pure il coinvolgimento del sensitivo consultato nel caso dell'omicidio di Milena Sutter». Era un clima «poco esaltante», ricorda il nunzio, «ogni tanto veniva il capo di gabinetto che parlava di una fila di persone importanti che chiedevano bilglietti omaggio per lo spettacolo pasquale dell’Opera. Mi è stato rimproverato - conclude monsignor Mennini - di non aver informato la polizia del contatto telefonico con le Br ma non volevo rischiare di bloccarlo, volevo solo essere utile a una persona alla quale volevo bene e fare nel mio piccolo tutto quello che potevo. E poi, quello che ho visto quel giorno al Viminale mi era bastato..». E alla fine: «Sono convinto di non aver convinto nessuno. Ma ripeto che non ho, purtroppo, potuto confessare Moro. So che c'è questa leggenda metropolitana su di me».

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