Attualità

Stato-mafia, Forlani: «Mancino scelta condivisa»

«La nomina di Mancino al ministero degli Interni veniva dalla decisione presa dall’ufficio politico della «Dc» che bene lo aveva valutato. Mancino aveva doti di fermezza e di risolutezza per quel...

«La nomina di Mancino al ministero degli Interni veniva dalla decisione presa dall’ufficio politico della «Dc» che bene lo aveva valutato. Mancino aveva doti di fermezza e di risolutezza per quel tipo di incarico in quel particolare momento storico». Sta tutta in queste poche frasi la lunga deposizione di Arnaldo Forlani davanti ai giudici di Palermo, per un giorno in trasferta in un’aula di piazzale Clodio. Il due volte segretario della Balena Bianca, chiamato a deporre nel processo sulla presunta trattativa Stato-Mafia, ha ripercorso la tragica estate del 1992 (quella delle stragi di mafia in una Palermo insanguinata che vide cadere uno dietro l’altro Salvo Lima, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) con estrema lucidità, in barba ai sui quasi novanta anni, ripercorrendo il percorso che portò dall’ultimo governo Andreotti a quello di Giuliano Amato (e ai conseguenti cambi nei ministeri, con Mancino che sostituì Scotti agli Interni e con lo stesso Scotti a cui venne riservato lo scranno di ministro degli affari esteri). «Avevamo approvato una norma di partito che costringeva i parlamentari chiamati nella compagine di governo a dimettersi dal Parlamento. Era una norma pensata per riavvicinare l’opinione pubblica alla politica - ha raccontato ancora Forlani - e che non andò a genio a Vincenzo Scotti che, in un primo momento ci fece sapere di non voler abbandonare il Parlamento». Ci sono le dinamiche politiche della prima Repubblica nelle parole di Forlani: parole come comitato politico, segreteria, direttivo che hanno perso ormai ogni significato ma a cui l’ex presidente del Consiglio si aggrappa nel tentativo di spiegare alla corte le alchimie partitiche di quella stagione di bombe e di vittime innocenti. «Scotti - che per anni fu protagonista della stessa corrente democristiana di Forlani, ndr - ebbe un atteggiamento contraddittorio all’inizio per via della norma che prevedeva le dimissioni ma fu certamente entusiasta degli Esteri che, all’epoca almeno, rappresentavano il ruolo più pesante dopo la presidenza del Consiglio, e accettò l’incarico». È un salto nel passato recente della Repubblica quello che il procuratore aggiunto di Palermo Teresi compie assieme a Forlani: un salto nel quale c’è tempo per un non ricordo sulle "patacche" andreottiane sugli allarmi antimafia lanciati da Scotti prima della bomba di via D’Amelio e sulle "meline" politiche rispetto ai decreti antimafia varati dallo stesso Scotti e resi definitivi, con passo elefantiaco, dal governo Amato. Un salto in un passato vicino che appare lontanissimo e che adesso si tenta di ricostruire in un’aula di tribunale.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.