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I 5 anni in cui Renzi cancellò la sinistra

Dalla sfida ai sindacati allo sgambetto a Prodi, dal Nazareno a «Fassina chi?» Ecco come il premier ha spostato al centro l’asse del Partito Democratico

Non è un mistero che l’ascendente di Matteo Renzi su Silvio Berlusconi prenda corpo, oltre che dal corteggiamento dell’io comune a entrambi i leader, anche dal fatto che il premier sta superando quella vecchia classe dirigente ancora segnata di rosso. I nostalgici dei tempi che furono, che non hanno conosciuto la catarsi della socialdemocrazia. I post comunisti. O anche i post catto comunisti. Insomma, la vecchia guardia. Loro, candidamente ideologici. Lui, il premier, senza una propria identità al di là del giovanilismo da menù McDonald’s. Della «minoranza Pd» ha sotterrato argomenti, asfaltato i tentativi di rivendicazione, rotto gli strumenti. Così refrattario alla cultura politica, non usa neanche la naftalina per i simboli, li porta diretti al macero. Basti vedere come ha assistito alla morte dell’ Unità e di Europa , i quotidiani espressione delle due anime dell’originario progetto Pd: i Ds e La Margherita. In principio fu la rottamazione, piccone per iniziare a tirare giù il muro. Era il 2010 quando, da Sindaco di Firenze, non la mandò a dire: «uno sbadiglio ci seppellirà. Mandiamoli tutti a casa questi leader tristi del Pd. Non faccio distinzioni tra D’Alema, Veltroni, Bersani... Bersani. Basta. È il momento della rottamazione. Senza incentivi». Già, D’Alema, Veltroni, Bersani. Se l’ex sindaco di Roma, tra libri, film e jet set cinematografico ha scelto la ritirata regalandosi poi qualche effimera ambizione da «quirinabile», con gli altri due è stata, ed è, guerra continua. Del primo, Renzi ha indicato il nervo scoperto, ricordando che «è andato a Palazzo Chigi non perché è stato eletto, ma perché ha cucito una relazione con Mastella e Cossiga» (perché lui no, infatti…). Era il 2012. L’anno dopo, di nuovo le primarie dopo la catastrofe di Bersani. E altri scontri: «D’Alema pensa che se vinciamo noi distruggiamo la sinistra, ignorando il fatto che l’hanno già distrutta loro la sinistra e a noi toccherà ricostruirla». Un incontro di boxe che non lasciava speranze a un D’Alema il quale, in un profondo attivismo di convegni in Italia e all’Estero, un libro, e analisi politiche a mezzo interviste, si sognava commissario europeo. Abbiamo visto com’è andata: Renzi ha portato a Bruxelles Federica Mogherini. Capitolo Bersani. Purtroppo per lui, è il cattivo del film renziano. Non poteva essere diversamente, visto che lo sconfisse alle primarie per la premiership nel 2012. Renzi vedeva nella contesa la contrapposizione di due sistemi, quello dell’«usato sicuro» e «quello della rottamazione». In un’intervista al Foglio , inoltre, disse: «La verità è che io mi sento alternativo a Bersani perché credo di avere tre qualità che il mio segretario non ha: entusiasmo, realtà, libertà». Con queste premesse, facile immaginare come il Pd del post primarie fosse non proprio l’isola della concordia, ma un’ osteria caciarona d’antan con i coltelli ben infilzati sotto ai tavolini, pronti per essere agguantati alla bisogna. Non ci volle molto tempo. Un Bersani «non vincitore» alle Politiche, infatti, dovette affrontare anche la grana dell’elezione del Capo dello Stato. Alla quarta votazione, decise di puntare tutto su Romano Prodi, ma i famosi 101 franchi tiratori abbatterono sia la candidatura del prof bolognese sia la leadership del suo ex ministro dello Sviluppo. Dopo due anni, renziani e bersaniani ancora giocano a ping pong su chi fosse stato responsabile del tradimento. Ma fatto sta che, da lì, cominciò la cavalcata verso la Segreteria - e poi il premierato - dell’allora sindaco di Firenze. A farne le spese le «punte» della squadra bersaniana: Fassina e Cuperlo. Ma anche Rosy Bindi. Caso anomalo, quest’ultimo. La Bindi, infatti, come Renzi viene dalla Margherita, dunque è soprattutto sul fronte generazionale che si è generato lo scontro tra i due. «Sta in Parlamento da prima della caduta del Muro di Berlino. Ha fatto sei mandati, il ministro due volte», disse di lei il premier. E ancora la «utilizzò» per spiegare il successo elettorale alle Europee dello scorso giugno: «Il Pd ha preso il 40,8% dei voti perché persone che erano abituate ad andare tutti i giorni in Tv a far polemica sono state messe ai lati». Con Fassina e Cuperlo la diatriba è costante e accesa. Il «Fassina chi?» pronunciato da Renzi riferendosi all’ex vice ministro all’Economia è diventato un idioma politico, da declinare, cambiando il nome, contro bersagli di cui si vuol sottolineare l’ irrilevanza politica. Cuperlo e Renzi, invece, duellarono per la segreteria nel 2013. Non si raggiunsero i livelli di «tensione agonistica» delle primarie dell’anno prima, quando il premier sfidò Bersani. Tuttavia le ostilità cominciarono subito dopo, quando il Pd cominciò ad affrontare i principali nodi dell’agenda politica. Uno su tutti la legge elettorale: «Gianni te lo dico con amicizia - disse il vincitore Renzi a Cuperlo durante una direzione nazionale, un anno fa - questo tuo riferimento alle primarie e alle preferenze, lo avrei voluto sentire la volta scorsa, quando tu e altri siete stati candidati nel listino». Parlava delle elezioni politiche, quando una quota di fedelissimi di Bersani fu inserita direttamente nella lista bloccata senza passare per le primarie interne. Tra questi anche Cuperlo, che non mandò giù la puntura di Renzi e si dimise poco dopo dalla presidenza del Pd. Guerra, dunque. Che oggi vede in prima linea una altro bersaniano di ferro, Miguel Gotor, censore dei capilista bloccati nell’Italicum, definito dal premier, a scherzo ma neanche tanto, «il mio nemico preferito». Categoria, quella dei nemici, alla quale appartiene anche Sergio Cofferati, uscito dal Pd dopo la sconfitta alle contestatissime primarie liguri. La lunga militanza piddina di Cofferati, ex leaderissimo Cgil, è il segno tangibile di quell’ossequio - al limite della sudditanza - che la sinistra ha sempre tributato al sindacato di Corso d’Italia. Renzi ha smontato anche quello, scagliandosi contro quei sindacati che, negli anni, hanno «pensato a difendere solo le battaglie ideologiche e non i problemi concreti della gente». Riferimento, neanche tanto velato, alla confederazione guidata dalla Camusso, con cui ha ingaggiato un braccio di ferro sul Jobs Act. Il muro viene giù, dunque. Per non beccare qualche mattone in testa, però, Renzi, ha già spiccato il salto. Verso il centro.

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