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Bersani: «Matteo ci rispetti o finisce tutto»

«C’era una possibile mediazione sull’Italicum e loro non hanno voluto mediare. Ora spetta a Renzi dire se si può partire dall’unità del Pd. Dare del parassita a Corsini, Gotor, Mucchetti, è...

«C’era una possibile mediazione sull’Italicum e loro non hanno voluto mediare. Ora spetta a Renzi dire se si può partire dall’unità del Pd. Dare del parassita a Corsini, Gotor, Mucchetti, è pericoloso. È gente per bene che non chiede niente e va trattata con rispetto. Se viene meno il rispetto è finita». È un Pier Luigi Bersani furioso quello che commenta l’esito del voto sull’Italicum. Una rabbia la sua, che ha un seguito nel corso della riunione delle minoranze Pd nella sala Berlinguer di Montecitorio. Le varie anime della sinistra si dicono in allarme per una «mutazione genetica» dei Democratici. Ci sono quasi tutti i «dissidenti», con 140 presenti, dei quali, spiegano i partecipanti, anche un certo numero di esponenti di maggioranza auto-invitatisi alla riunione delle minoranze. Sono tanti i capitoli di doglianza. Dal caso Liguria, con l’addio di Cofferati al voto sull’Italicum, fino all’intervista in cui Stefano Esposito definisce «parassiti» i 29 dissidenti del Senato. Ultima ma non ultima, l’elezione per il Quirinale, passaggio su cui gli esponenti delle minoranze attendono chiarimenti da parte di Renzi. Fonti presenti all’incontro raccontano che Gianni Cuperlo sia stato netto nel denunciare questa serie di «forzature» che trovano nel voto congiunto Pd-Fi del Senato un crinale inedito. Di qui l’impressione di una «mutazione genetica», formula con la quale le minoranze Pd sintetizzano le proprie preoccupazioni in vista dei passaggi futuri. Per il bersaniano Zoggia la sensazione è che ormai nel Pd «Berlusconi conti molto di più di una parte significativa del partito». Una parte della discussione tocca il Quirinale. «Non vogliamo provocazioni e soprattutto non vogliamo che ci venga fatto il nome che Renzi ha concordato con Berlusconi prima di parlare col Pd». Perchè sono in tanti a sospettare che il premier e il Cav il nome lo abbiano già concordato nell’ultimo incontro. E allora, spiegano, il metodo non può essere quello di far uscire un’intervista in cui si dice qual è il candidato del Pd. Il metodo Marini, insomma, col quale Renzi bocciò la candidatura dell’ex presidente del Senato, nell’elezione del 2013. «Forse non ci si ricorda che il sottotitolo di quell’intervista riguardava Anna Finocchiaro. Renzi diceva che non la si poteva eleggere per la storia dell’Ikea. Ecco, noi su Finocchiaro non abbiamo dubbio alcuno, figuriamoci. Ma Renzi se vuole candidarla deve fare una monumentale retromarcia e chiederle scusa», avverte un bersaniano presente all’incontro.

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