«Allora, mi raccomando, non facciamo scherzi...». E in quel momento, con le parole pronunciate da Silvio Berlusconi all’uscita da Palazzo Chigi, che nasce ufficialmente il partito del Nazareno. Tutto quello che accadrà nelle ore successive, con il dibattito interno sia al Pd che a Forza Italia, è solo una recita di facciata. I due contraenti del «Patto», a un anno esatto dal primo incontro, hanno già deciso da alcune ore di fare l’ultimo passo - quello più scabroso - immaginato quel 19 gennaio 2014: scambiare i voti della minoranza dem con quelli azzurri. O, almeno, con una parte di quelli azzurri. Comunque sufficiente per portare a destinazione Italicum, ieri, e partita del Colle, tra una decina di giorni. «Non facciamo scherzi» dice Berlusconi, sebbene sia lui stesso a non dire subito sì: «Prima devo parlarne ai senatori». Ma in cuor suo la decisione è stata presa. Troppo alta la posta in palio, troppo succulenta la contropartita che è costretto a garantirgli Renzi per ottenere il soccorso azzurro alla sua maggioranza ormai zoppa. «Non abbiamo parlato del Quirinale» spiega Lorenzo Guerini ai giornalisti al termine dell’incontro a Palazzo Chigi. Mai bugia fu meno credibile. La partita del Colle entra di prepotenza nel vertice tra Renzi e Berlusconi. Non fosse altro perché i due, prima di salutarsi, si danno appuntamento per la settimana successiva, martedì. Sarà allora che il leader di Forza Italia passerà all’incasso. Con l’Italicum in dirittura di arrivo, si stabilirà il prezzo che Renzi dovrà pagare alla rinnovata centralità di Berlusconi. Un Capo dello Stato gradito all’ex premier. Con ogni probabilità Giuliano Amato, da proporre però dalla quarta votazione in poi, perché con gli strappi della sinistra Pd e dei fittiani il rischio di bruciarlo nelle prime tre è troppo alto. E poi il salvacondotto, la riabilitazione, la ritrovata agibilità politica. Magari con la grazia del nuovo inquilino del Colle, più probabilmente con quel salva-Silvio inserito nella riforma fiscale e congelato dal premier fino al prossimo 20 febbraio. Certo, c’è da far digerire il prezzo dell’accordo ai propri parlamentari, e non è facile. L’Italicum non è più lo stesso di dodici mesi fa. Ieri lo hanno addirittura ribattezzato l’«Espositum», dal nome del senatore Pd che ha firmato il maxiemendamento che ne comprende tutte le modifiche. In primis, quella che sposta il premio di maggioranza dalla coalizione alla lista. «Abbiamo certificato la nostra sconfitta elettorale per i prossimi vent’anni» spiegano i forzisti più critici. Il Cavaliere ribatterà: «È la norma che porterà al bipartitismo». Berlusconi, alla riunione dei senatori, non si presenta neanche. A dettare la linea ufficiale è Verdini. «Voteremo sì all’emendamento» dice il «mediatore» del Nazareno. Il partito si spacca. Ed è guerra sui numeri: per i fittiani i contrari sono una ventina su sessanta, per i più arcoriani solo una decina. Negli stessi momenti è proprio Raffaele Fitto a varcare il portone di Palazzo Grazioli. All’uscita, è infuriato: «Abbiamo firmato il suicidio di Forza Italia, ci siamo svenduti a Renzi e abbiamo seppellito vent’anni di storia». Smentisce il rischio di scissione, ma l’impressione è che l’evolversi degli eventi non possa permettere di escludere nulla. Anche perché il malessere alla Camera avrebbe travolto anche presunte fedelissime come Carfagna e Biancofiore. Berlusconi non si scompone e continua a tessere la sua tela. Oggi rivedrà Alfano a Palazzo Madama, la seconda volta in tre giorni dopo 15 mesi di «embargo». È il segno che le truppe del centrodestra, quelle che hanno deciso di dire di sì alle riforme, vogliono camminare insieme, almeno fino al Quirinale. E la rinnovata unità consegna un dato emblematico: Berlusconi e Alfano, fatta la tara dei dissidenti, contano su circa 80 senatori. Renzi su poco più di 70. L’ex Cavaliere non solo è tornato in maggioranza. Rischia di esserne addirittura l’azionista con più peso.
Silvio salva Renzi dai pasdaran del Pd
Berlusconi concede i voti di Fi per compensare lo strappo della minoranza Dem Il premier costretto ad accettare Amato per il Colle e la promessa di un salvacondotto
