Attualità

La preghiera dell’odio innescata a Nassirya

Dal 2003 sono almeno 12 i predicatori «pericolosi» Ben 9 imam hanno incitato i fedeli a fare attentati

Dodici predicatori in Italia dal 2003 ad oggi. Di questi, almeno 9 sono imam nelle moschee, divulgando il messaggio jihadista. Spesso hanno anche la cittadinanza italiana, ma questo non serve a favorire l’integrazione e l’abbandono del fondamentalista islamico che portano avanti da anni. A rivelare le inquietanti cifre è un dossier del Centro antiterrorismo israeliano che punta il dito sulla presenza costante e capillare nel nostro Paese di imam radicalizzati che esortano alla jihad durante i sermoni. L’ultima espulsione risale a qualche mese fa e ha riguardato Abd al-Barr al-Rawdhi, l’imam mandato via da San Donà di Piave, perché durante il sermone si è rivolto ai fedeli dicendo: «Gli ebrei devono morire tutti, fino all’ultimo, senza risparmiare uno solo di loro». Qualche tempo prima, invece, era toccato al suo amico di Como, Ben Hassine Mohamed Senoussi, lasciare l’Italia per la sua presunta attività di proselitismo illegale. In piena emergenza Isis in Siria e Iraq, un imam bosniaco, Bilal Bosnic, appena rientrato in patria dopo mesi in Italia con l’intenzione di reclutare fedeli per le file dei guerriglieri anti-Assad, divenne famoso per un’intervista rilasciata ad un quotidiano italiano dove spiegava le ragione per le quali la jihad, in ogni sua forma, sia un dovere di ogni vero musulmano. Secondo l’imam, tutto il mondo diverrà, un giorno musulmano, tanto che prevedeva che l’islam «conquisterà il Vaticano». L’imam, nel settembre del 2014, fu arrestato in Bosnia per reclutamento di combattenti jihadisti. Il Centro di antiterrosimo, che ha per oggetto l’analisi della situazione dell’islam italiano, indica nei processi di radicalizzazione uno dei fattori principali legati al rischio di attentati. In tutto questo, spiega il dossier, gli imam-predicatori presenti in Italia rappresentano un grande pericolo. Il fenomeno si è manifestato più apertamente «dopo l’attacco terroristico del 2003 da parte di Al Qaeda ai soldati italiani a Nassirya in Iraq», quando le posizioni prese da alcuni imam indicavano una deriva verso il fondamentalismo pari a quello di oggi a seguito della strage di Parigi. Le dichiarazioni e i commenti di vari imam italiani, infatti, nel 2003 suscitarono non poche polemiche. Il dossier prende in considerazione alcuni esponenti dell’islam italiano che in quel momento, più di altri, manifestarono il pensiero radicale. Un esempio è Amar Sahouane dalla moschea di piazza Larga al Mercato a Napoli che, non solo giustificò il terrorismo islamico, ma certi suoi sermoni inneggiarono alla lotta di Bin Laden contro l’Occidente. «Partendo dal presupposto di colpevolezza dell’Occidente - si legge nelle 170 pagine che compongono il documento - reo di aver causato più vittime di due conflitti mondiali, ai musulmani era lecito difendersi in ogni modo. Inoltre, nell’eventualità che l’Occidente non fosse intenzionato a riconsiderare la sua politica, l’Italia e altri paesi occidentali sarebbero stati colpiti da fratelli musulmani uniti sotto la guida di leader ben noti». Abdellah Labdidi, imam della moschea Er Rahma di Fermo (Ascoli Piceno), invece, sosteneva che, secondo la Sharia, fosse legittimo massacrare gli occidentali, ma non altri musulmani. Per lui, gli attentati in Arabia Saudita non potevano essere collegati alla rete jihadista, perché i combattenti di Al Qaeda non avrebbero mai ucciso innocenti. Contrariamente a ciò, la Cia era da ritenersi responsabile di tali attentati, al fine incriminare e demonizzare l’islam. Pertanto, attaccare gli invasori americani, inglesi e italiani sarebbe stato un atto legittimo, poiché la jihad in difesa delle terre musulmane è un concetto intrinseco al Corano.

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