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Il disastro di Sora e l’altra faccia della tragedia

Quando si parla di questo terribile evento ci si ricorda di Avezzano e poco di Sora e della valle del Liri e ciò si spiega anche perché lì ci fu un annientamento di persone e cose, mentre nel sorano,...

Quando si parla di questo terribile evento ci si ricorda di Avezzano e poco di Sora e della valle del Liri e ciò si spiega anche perché lì ci fu un annientamento di persone e cose, mentre nel sorano, dove pure vi furono molti morti, l’evento riguardò soprattutto i fabbricati. La vita di Sora fu abbattuta completamente. Vi fu una tempestiva organizzazione dei soccorsi. I feriti rimasti sotto le macerie furono tratti in salvo da gruppi di volontari, immediatamente dopo intervenne l’esercito; il primo posto di ricovero fu allestito il giorno successivo in una enorme tenda davanti al parapetto del fiume Liri, nell’attuale piazza Giacomo Venditti. I morti furono 301. Se confrontiamo Sora avendo come demarcazione la data del terremoto si deve ammettere che tra il prima e il dopo è rimasta una frattura mai sanata. Sora non è più tornata quella di una volta, come è dimostrato dai gravi problemi urbanistici rimasti sempre insoluti da quell’epoca, la vita culturale ed economica. Oggi, la memoria del disastro del 13 gennaio 1915 (riassemblata attraverso una raccolta di articoli di quei giorni in una pubblicazione della Pro Loco di Sora: «Il terremoto del ’15. Sora nei giornali di allora», a cura di Vincenzo Paniccia, Cassino 2014) non è da relegare a un interesse della storia locale, ma dovrebbe essere motivo di riflessione per individuare le condizioni di una rifioritura della città valorizzando e recuperando le sue potenzialità ancora inespresse.

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