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Da Torre del Greco al buio dell’Isis Ora è il kalashnikov il credo di Maria

La donna, 27 anni, è partita per andare a combattere tra le  file dell'Isis

Che fine ha fatto Maria S.? Per i Servizi segreti e il Ros dei carabinieri è in Siria, kalashnikov a tracolla, a combattere tra le fila delle milizie terroristiche dell'Isis, lo Stato Islamico che sogna di issare la bandiera nera sulla cupola di San Pietro. Maria S. ha 27 anni, è nata a Torre del Greco in provincia di Napoli così come la sorella, Marianna, di tre anni più grande. Tutte e due si sono convertite all'Islam, e prima di loro anche i genitori hanno abbandonato il Cattolicesimo per diventare seguaci di Maometto. Una famiglia normale. Nessun precedente giudiziario, nessuna anomala caratteristica in grado di far drizzare le antenne agli esperti dell'Antiterrorismo. Almeno, finora. Fino a qualche tempo fa, vivevano tutti insieme a Inzagno (Milano) dove Maria si era trasferita dopo il matrimonio con un cittadino marocchino. È stato lui il suo primo maestro: le ha fatto leggere il Corano spingendola ad abbracciare la nuova fede e a cambiare radicalmente vita e anche nome. Dalla conversione, avvenuta nel settembre 2009, si fa infatti chiamare Fatima. È diventata osservante delle disposizioni più rigide e ultraortodosse della dottrina della Mecca: ha abbandonato jeans e gonne per indossare il «niqab», il velo che copre interamente il volto della donna lasciando visibili soltanto gli occhi. Così, con quest'abbigliamento, girava per Inzago. L'intelligence e i servizi di prevenzione italiani hanno iniziato a occuparsi di lei come possibile «foreign fighters» (combattenti di ritorno dai fronti di guerra) nel momento in cui è entrata in contatto con comunità islamiche particolarmente attive nella predicazione del jihad sia nel Milanese che in Toscana. Gli 007, ancor prima della strage di Parigi, sono infatti al lavoro per monitorare i focolai di fanatismo religioso che potrebbero essere appiccati in luoghi di culto e moschee. Ma finora mai era capitato il caso di una giovane donna italiana che partecipasse ai disegni criminali dell'Isis. Il suo ultimo contatto sul territorio nazionale risale a fine settembre 2014, quando si è imbarcata su un aereo di linea partito da Roma per Istanbul. Dalla Turchia si sarebbe poi spostata in Siria per prendere parte alla guerra santa contro l'Occidente scatenata da Al Baghdadi. Sono circa tre mesi che è letteralmente scomparsa dai radar ma è possibile che mantenga i contatti con l'Italia utilizzando i social network e Skype. Maria S. d'altronde su Facebook si era dimostrata particolarmente attiva. Aveva condiviso articoli e documenti sulla superiorità della cultura e della religione arabe. Era una convinta sostenitrice della creazione del Califfato e, dopo il fallimento del suo primo matrimonio e le nuove nozze con un coetaneo di origine albanese, appena pochi mesi fa, si sarebbe decisa a fare il grande salto provando sul campo il brivido del conflitto mediorientale. «Abbiamo pronta una legge per contrastare meglio i foreign fighter - ha detto proprio ieri il ministro dell'Interno, Angelino Alfano - Intendiamo colpire chi vuole andare a combattere nei teatri di guerra, non solo i reclutatori – ha detto il leader del Nuovo centrodestra – ma vogliamo imporre un maggiore controllo di polizia su queste persone ed agire anche sul web, usato da chi si radicalizza». I problemi di identificazione e le difficoltà investigative e informative però sono enormi perché è assai complicato riuscire a stabilire con certezza chi siano i combattenti import/export. Seguirli passo dopo passo nella regione irachena è impossibile, e non è detto che tutti poi decidano alla fine di arruolarsi nelle divisioni armate che combattono la Cristianità in nome del Profeta. «In Italia abbiamo censiti 53 foreign fighter: conosciamo la loro identità e sappiamo dove si trovano. Non significa che sono 53 italiani, ma che sono passati dall'Italia in partenza o di ritorno», ha spiegato ancora Alfano. Maria S. potrebbe essere una di questi. Così come lo erano i fratelli Chérif e Said Kouachi, sospettati di aver compiuto la strage nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo. Anche loro erano stati in Siria.

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