Il nome di Riccardo Mancini negli ultimi anni è finito più volte in atti giudiziari. E non solo in una inchiesta. L’uomo considerato il braccio destro dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno è infatti finito, tra l’altro, nelle indagini sulla compravendita di 45 filobus, che ha portato al rinvio a giudizio di 4 imputati e a un patteggiamento per una presunta tangente da 600mila euro che la Menarinibus (società nell’orbita Finmeccanica) avrebbe pagato all’ex ad dell’Ente Eur, Riccardo Mancini pur di aggiudicarsi la fornitura dei mezzi pubblici che dovevano servire per i collegamenti veloci del «corridoio Laurentino» ma che non sono mai entrati in funzione. Alla sbarra, oltre a Mancini, sono finiti anche il commercialista Marco Iannilli e due dirigenti della Menarini, Giuseppe Comes e Luca D’Aquila mentre la posizione dell’ex amministratore delegato della società, Roberto Ceraudo è stata stralciata per un difetto di notifica. Sia Mancini sia Iannilli appaiono, dunque, anche nelle migliaia e migliaia di carte dei carabinieri del Ros e della Guardia di Finanza in merito alla «Mafia capitale», come l’hanno definita proprio gli inquirenti che hanno chiesto e ottenuto decine di misure cautelari, tra carcere e arresti domiciliari. L’unico che ha patteggiato nella vicenda filobus è stato l’imprenditore Edoardo D’Inca Comes: pena un anno di reclusione. Secondo quanto ricostruito dall’accusa, i 600mila euro altro non erano che una «provvista necessaria per pagare una tangente a Mancini», che veniva così ricompensato perché in futuro avrebbe potuto aiutare la Breda Menarinibus ad aggiudicarsi anche gli «appalti relativi alla metropolitana». Mancini venne arrestato nel 2013 ma il bando comunale per l’acquisto dei filobus che vide prevalere la Menarini risale al 2008 mentre la tangente sarebbe stata versata nel 2009, appena pochi mesi dopo la conclusione dell’affare. Secondo quanto ricostruito dai pm romani, 500mila euro della presunta tangente finirono nelle tasche di Mancini mentre gli altri 100mila furono intascati dal commercialista Marco Iannilli (anche lui è finito nelle nuove carte della «mafia Capitale»). Pesanti le accuse per gli imputati che sono stati rinviati a giudizio, che a seconda delle posizioni processuali, vanno dall’estorsione, alle emissione di fatture per operazioni inesistenti all’appropriazione indebita. Il gip aveva sottolineato, nell’ordinanza di custodia cautelare, «quell’illecita confusione tra politica, amministrazione, impresa e interessi privati eletta a sistema di potere, in forza del quale la parola del vertice costituisce un ampio e generico "affidavit" rilasciato alle persone di sua fiducia». Dall’inchiesta della Procura di Roma sul corridoio filobus era poi emerso l’interessamento di Finmeccanica per i cantieri della metro C. È il 16 maggio del 2012 quando Lorenzo Cola, faccendiere dell’ex-presidente Guarguaglini, rivela ai pm: «La vicenda dei filobus era un primo step per intervenire, attraverso le controllate di Finmeccanica, nella costruzione della metropolitana di Roma, un affare che poteva valere 2 miliardi di euro». Ma non finisce qui. C’è un altro nome che compare nell’indagine filobus e «mafia Capitale», quello di Antonio Lucarelli, ex capo segreteria di Alemanno. Il nome di Lucarelli spuntò nell’inchieta sui punti verdi qualità, come anche quello di Fabio Tancredi. Quest’ultimo è infatti indagato dai pm che hanno mandato in galera 37 persone.
Filobus Menarini e punti verde qualità Indagini diverse. Ma i nomi sono gli stessi
Il nome di Riccardo Mancini negli ultimi anni è finito più volte in atti giudiziari. E non solo in una inchiesta. L’uomo considerato il braccio destro dell’ex sindaco di Roma GianniAlemanno è...
