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Ebola, peggiora il medico siciliano

Ha nausea, diarrea e bolle sulla pelle ma nessuna emorragia. Iniziato il trattamento con un farmaco sperimentale «top secret»

È peggiorato il medico siciliano contagiato da Ebola. Nella notte tra venerdì e sabato ha iniziato ad avere disturbi gastrointestinali: nausea, vomito e diarrea. «Ha inoltre un esantema cutaneo diffuso, bolle sulla pelle, ma nessuna emorragia», spiegano i medici dell’istituto per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani che da martedì scorso lo stanno curando. «Al momento la febbre è elevata, superiore a 39°. Lamenta profonda spossatezza e sonnolenza». «Ogni tanto si addormenta, poi si risveglia ma è presente, risponde a tono alle domande», raccontano gli infermieri che lavorano nella Zona Rossa. Il reparto al primo piano dell’ospedale trasformato in un bunker dove entra soltanto chi cura l’infettivologo cinquantenne contagiatosi con il virus della febbre emorragica nel centro di Emergency a Lakka, in Sierra Leone. La prima missione in Africa. Veterano dell’Iraq, poi il Kurdistan e quindi il Continente Nero. Un uomo scrupoloso, ligio alle regole e ai protocolli, complice il passato trascorso in Marina come ufficiale medico. I protocolli di sicurezza li ha rispettati ma ancora non ha capito come possa essersi infettato, ha raccontato ai colleghi che da Lakka lo hanno accompagnato a Freetown e imbarcato sul volo speciale organizzato per il rimpatrio dall’Aeronautica italiana. Lui, chiuso nella barella sigillata per il biocontenimento. Loro, a salutarlo in pista. Era il 25 novembre e stava abbastanza bene nonostante avesse Ebola nel sangue. Ora, dopo cinque giorni, le condizioni si sono aggravate. Nausea, vomito, dolori. Tutto ciò che ha visto accadere ai «suoi» pazienti in Africa. Ogni tanto ha bisogno della bombola di ossigeno per respirare. Riesce comunque a camminare autonomamente nella stanza. I valori dei globuli bianchi e delle piastrine sono stazionari. I reni funzionano bene e modesta è l’alterazione della funzionalità epatica. La febbre si è rialzata e questo dimostra che il virus è in piena attività. I medici, che mantengono riservata la prognosi, fanno sapere di aver «iniziato il terzo trattamento sperimentale». Perché un farmaco per combattere Ebola ufficialmente non c’è. Lo Spallanzani si è fatto inviare sei ritrovati sui quali nel mondo sono in corso trial clinici sull’uomo dopo i positivi risultati ottenuti sulle scimmie. Il meglio di quanto dispone al momento la medicina contro Ebola. «Il trattamento che è stato fatto finora - sottolinea Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello Spallanzani - è basato su un farmaco antivirale e sul plasma di convalescente, cioé di pazienti guariti dal virus. Adesso è stato aggiunto un farmaco che agisce sulla risposta immunitaria». E il pensiero corre all’americano Zmapp, medicinale capace appunto di potenziare la risposta immunitaria nei malati affetti dalla febbre emorragica. Con lo Zmapp sono stati trattati (e si sono salvati) negli Stati Uniti il medico Kent Brantly e l’infermiera Nancy Writebol che si erano contagiati in Liberia. Anche se non è stata ancora dimostrata la connessione tra la somministrazione del siero e la guarigione. A stimolare la risposta immunitaria c’è pure il ChAd3, il vaccino sviluppato dalla Okairos a Pomezia. Che, essendo un vaccino però, va usato per proteggere chi è sano e non sugli ammalati. «I nomi dei farmaci impiegati non verranno rivelati», taglia corto Ippolito. «Il nostro sistema sanitario - afferma il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin - è all’avanguardia per la gestione del rischio e possiede una struttura composta da numerose unità Nbcr (Nucleare, biologico, chimico e radiologico) per scoprire e delimitare in tempi utili le infezioni. Il paziente ricoverato a Roma non costituisce alcun pericolo di contagio per la popolazione».

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