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Burocrazia, clientele e spese pazze. Ecco i 137 enti che devono proteggerci

Il loro compito è prevenire inondazioni e frane, prendersi cura dei piccoli corsi d’acqua, dei canali di irrigazione, di collettori che spesso - lo insegna la cronaca degli ultimi anni - sono i veri anelli deboli nell’assetto idrogeologico del Paese. La loro legge istitutiva è il Regio Decreto del 13 febbraio 1933, la loro qualifica è quella di «enti di diritto pubblico con potere impositivo». Eppure i 137 consorzi di bonifica disseminati sul territorio italiano, nel corso dei decenni, si sono trasformati soprattutto in centri di spartizione, bacini di poltrone e di consenso, contenitori da inzeppare di personale assunto con logiche clientelari. Considerazioni che risplendono in un dato: circa la metà dei 500 milioni di euro all’anno che irrorano le casse degli enti viene spesa per gli stipendi e per la burocrazia. Ogni Regione può emanare una sua normativa specifica sulla bonifica. Nel Lazio l’ultima legge risale al 1998 (giunta Badaloni) e ha escluso le aree urbane dall’obbligo di pagare i contributi di bonifica. I cittadini che non contribuiscono però non possono partecipare all’elezione degli organi amministrativi e questo - è l’accusa di alcuni esperti del settore - ha concentrato tutto il potere nelle mani della associazioni di categoria degli agricoltori. La giunta Zingaretti ha promesso di ridurre da 10 a 2 il numero dei consorzi nel Lazio, ma il piano per ora è solo un’ipotesi. Alcuni enti, però, dopo che la Regione ha serrato i cordoni della borsa, navigano in acque pericolosissime (il Consorzio di Bonifica dell’Agro pontino rivendica circa 30 milioni di crediti dopo aver speso negli ultimi 4 anni pur senza aver rinnovato la convenzione con provincia di Latina e Regione Lazio). Nel resto d’Italia le cose non vanno meglio. In Toscana i consorzi hanno un budget di 132 milioni di euro, 65 dei quali provengono dai contributi degli utenti, il resto da Regioni e Province. In media delle tasse pagate dai cittadini circa il 50% se ne va in normale gestione. I dipendenti sono cinquecento e uno, di cui solo 166 sono operai. I presidenti incassano 33.500 euro lordi annui, mentre i consiglieri hanno un gettone di presenza di 30 euro lordi a seduta. In Sicilia gli undici enti hanno in totale oltre 2.500 impiegati e costano alle casse della Regione circa 120 milioni di euro. Secondo i dati forniti dalla Conferenza italiana agricoltori Enna, che ha appena 6.800 ettari (68 chilometri quadrati) da irrigare effettivamente e ben 315 dipendenti, è il secondo consorzio della Sicilia per numero di lavoratori. In pratica in media serve un dipendente per irrigare appena 5 ettari. Mentre sul Consorzio di Bonifica di Catania la procura della Corte dei Conti ha aperto un’inchiesta su presunte assunzioni e consulenze clientelari. I danni all’erario ipotizzati arrivano a complessivi 70 milioni di euro. Dalla Sicilia all’Abruzzo, dove da anni si trascina la vicenda del Consorzio di Bonifica Sud di Vasto, appesantito da un deficit pesante. «Al momento del nostro insediamento abbiamo trovato un deficit di 6,6 milioni di euro, ma a sconvolgerci sono stati soprattutto i rimborsi spese elargiti come se nulla fosse dal Consorzio», ha fotografato la situazione l’assessore abruzzese alle politiche agricole Mauro Febbo. «Abbiamo scoperto rimborsi che farebbero impallidire il Consiglio dei Ministri, per non parlare, poi, di concessioni e affidamenti gratis, di contratti sottoscritti senza gare d’appalto e di acqua data gratuitamente per anni al Coasiv in cambio di piccole manutenzioni. Sono io il primo a sperare che la magistratura indaghi al più presto su come è stato gestito il Consorzio». In Puglia ha fatto rumore, a settembre 2014, la presa di posizione di Franco Granata, presidente provinciale di Confedilizia Foggia, contro i Consorzi di bonifica locale. «Rappresentano un sistema dispersivo, incoerente, costoso», ha detto dopo i disastri causati nella zona del Gargano dal maltempo chiedendo una commissione d’inchiesta. «Il dramma del Gargano impone, nel rispetto delle vittime e di quanti hanno perso tutto, una seria riflessione sulla difesa del suolo. Il sistema della difesa idrogeologica deve rispondere a un criterio unico e a direttive uniche: va ripensato».

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