Barba lunga, magro, zoppicante e visibilmente provato. Marco Vallisa, il tecnico piacentino rapito il Libia il 5 luglio 2014, è tornato a casa. Ieri mattina alle 6 è atterrato in Italia. Ad attenderlo c’erano la moglie e i fratelli. Dopo le visite sanitarie di rito, è stato sentito per tre ore dai pm della Procura di Roma che hanno secretato i verbali dell’ interrogatorio. Ha ricostruito con lucidità e dovizia di particolari la dinamica del rapimento e i 130 giorni da ostaggio. Al termine del colloquio, intercettato da «Il Tempo», Vallisa ha raccontato: «È stata un’esperienza traumatica. Ringrazio la Farnesina e l'Unità di Crisi per il supporto psicologico e materiale dato ai miei familiari, che non hanno mai perso la speranza di rivedermi tornare a casa». Uscito dal palazzo di giustizia, è partito subito per Cadeo, nel piacentino, dove lo attendevano i tre figli. Quando è stato rapito il 53enne stava lavorando in un cantiere della Piacentini Costruzioni, nel porto della città di Zuwara. Con lui, al momento del sequestro, si trovavano altri due colleghi, il bosniaco Petar Matic e il macedone Emilio Gafuri, liberati però pochi giorni dopo. Per Vallisa, invece, è iniziato il calvario della detenzione. La sua prigione, probabilmente nella Cirenaica, stretta e angusta lo avrebbe costretto ad un lungo periodo di immobilità nelle mani di uno dei tanti gruppi islamisti che interpretano una versione mercenaria della jihad. I proventi dei riscatti per queste bande rappresentano uno dei tanti introiti accanto al traffico di droga, armi e esseri umani. La trattativa per liberare Vallisa è stata, relativamente, breve anche perché questi gruppi non sono interessati ad altro che al denaro». È anche possibile che Vallisa, durante i mesi di detenzione, sia stato venduto da una banda all'altra prima di arrivare agli ultimi rapitori con cui si è conclusa la trattativa per il rilascio. In Libia, dopo la morte di Gheddafi, da anni è in corso una guerra civile che di fatto non ha reso possibile l’instaurazione in un governo stabile e scevro da fondamentalismi. Questo rende difficile la possibilità di intercettare un interlocutore affidabile per avviare una trattativa. Al momento gli ostaggi italiani sequestrati in teatri di guerra sono ancora cinque. In Libia c’è ancora un altro ostaggio italiano. Si tratta di Gianluca Salviato, il tecnico rapito a Tobruk, il 22 marzo 2014. Il 48enne, originario di Trebaseleghe in provincia di Pordenone, stava lavorando in un cantiere della «Enrico Ravanelli» di Venzone. Il rapimento potrebbe essere opera di uno dei tanti gruppi fondamentalisti del Paese, così come accaduto per Vallisa, e legati ad Al Qaeda. Oltre a Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, rapite in Siria il 6 agosto scorso, non si hanno notizie anche di padre Paolo Dall’Oglio, il missionario scomparso da Aleppo il 29 luglio 2013 e Giovanni Lo Porto, il 38enne di Palermo, cooperante per la Ong tedesca Welt Hunger Hilfe (Aiuto alla fame nel mondo), scomparso in Pakistan il 19 gennaio del 2012. Il governo italiano continua a lavorare per portare a casa tutti gli ostaggi. Al momento la trattativa più serrata sarebbe quella per Greta e Vanessa, che si troverebbero in Siria, a nord di Aleppo, in mano ad una banda di islamisti. Per liberazione i rapitori avrebbero chiesto un riscatto di un milione di euro.
Vallisa liberato per un milione di euro
Il tecnico racconta: esperienza traumatica ma non ho mai perso la speranza. Con i pm parla dei rapitori in Libia, in 5 ancora prigionieri degli jihadisti
