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L'Aquila, assolti in appello gli esperti della Grande Rischi

Erano stati condannati a 6 anni in primo grado per le dichiarazioni rassicuranti prima del terremoto che avrebbero indotto molti cittadini a restare nelle loro case. Il pg Como: "Sconcertato. Non è un processo alla scienza"

Erano stati rinviati a giudizio e poi condannati per aver fatto, sei giorni prima del sisma che devastò L'Aquila, dichiarazioni rassicuranti che avrebbero indotto molti cittadini a restare nelle loro case. Oggi la Corte di Appello dell'Aquila ha ribaltato la sentenza di primo grado del processo “Grandi Rischi”. Sono stati assolti dalle accuse di omicidio colposo plurimo e lesioni personali colpose i componenti della Commissione accusati di non aver avvertito in modo adeguato i residenti in vista del terremoto del 2009, che uccise più di 300 persone. In parziale riforma della sentenza di primo grado, l'unica condanna a due anni di reclusione è stata inflitta a Bernardo De Bernardinis, già vice capo del settore tecnico del dipartimento di Protezione civile e all'epoca dei fatti contestati presidente vicario della Grandi rischi. Nessuna pena per gli altri 6 esperti della Commissione. Bernardo De Bernardinis, Giulio Selvaggi, Franco Barberi, Enzo Boschi, Mauro Dolce, Claudio Eva, Michele Calvi erano stati condannati a sei anni in primo grado. In particolare De Bernardinis è stato condannato solo per uno dei reati contestati ed assolto dai reati principali: per omicidio colposo relativo, in riferimento solo alle morti di alcune persone. All'ex vice di Guido Bertolaso sono state quindi tolte le pene accessorie con pena sospesa e non menzione. La Corte d'Appello è arrivata al verdetto odierno dopo sei udienze. I sette componenti della Commissione Grandi Rischi, scienziati ed ex vertici della Protezione civile, parteciparono ad una riunione il 31 marzo 2009. Nel terremoto i feriti furono più di 1.600 e gli sfollati circa centomila tra residenti nel capoluogo e nel cosiddetto cratere sismico che comprende 56 Comuni. In sostanza, gli scienziati erano accusati di avere, al termine di quella riunione, falsamente rassicurato gli aquilani, sottovalutando il rischio sismico e innescando nella popolazione il cambio delle normali abitudini, come uscire di casa dopo forti scosse. Nel corso del processo d'appello le difese degli imputati, pur se con differenziazioni, hanno cercato di smontare, riuscendoci, il castello accusatorio insistendo sul fatto che quella che si svolse a L'Aquila il 31 marzo 2009 non fu una riunione ufficiale della Commissione Grandi Rischi. In particolare l'avvocatura che rappresenta lo Stato, con i legali Sica e Giannunzi, aveva sottolineato che gli intervenuti parlarono a titolo personale. Sulla stessa lunghezza d'onda, tra gli altri, anche l'avvocato Alessandra Stefano, legale di Claudio Eva secondo il quale si trattò di "una riunione di singoli". "La sentenza di primo grado - aveva sostenuto nella sua arringa - non ha dimostrato che le affermazioni rassicuranti ci fossero state, ma le ha date per scontate fin dall'inizio". Per l'avvocato Stefano quella riunita a L'Aquila non era una Commissione istituzionalizzata, a parlare furono i singoli esperti e non il “soggetto unitario” Commissione Grandi Rischi. A far da contraltare a questa tesi era stato soprattutto l'avvocato Attilio Cecchini, “principe” del Foro aquilano, il quale aveva sostenuto che "la linea della difesa secondo la quale i sette esperti non si riconoscono nella Commissione Grandi rischi è un errore giuridico perché in base a quanto scritto su alcune sentenze della Cassazione, anche qualora ci fosse stata una irregolarità nell'investitura, essi comunque indossarono la veste di pubblici ufficiali e dunque gli atti prodotti restano validi". Per Cecchini, in definitiva, gli scienziati della Commissione assunsero ed incarnarono comunque il ruolo di pubblici ufficiali. La Corte d'Appello, di fatto, non ha accolto la tesi accusatoria sostenuta dal pg Romolo Como che aveva chiesto la conferma della sentenza del giudice di primo grado. "La colpa - aveva spiegato il magistrato nella sua requisitoria del 10 ottobre, giornata nella quale si era aperto il processo d'appello - non attiene al mancato allarme ma alla errata, inidonea, superficiale analisi del rischio e di una carente e fuorviante informazione che ha fatto mutare i comportamenti degli aquilani di attuare le tradizionali misure dopo scosse forti. La colpa generica è la negligenza e l'imprudenza nel fare quella valutazione. Sottolineo - aveva proseguito Como - che si cerca di far rientrare dalla finestra quello che si è messo fuori dalla porta e cioè il voler presentare espressamente che si è trattato di un processo alla scienza. Ma non è così". Secondo il pg, la sentenza di condanna in primo grado non era fondata su un'ipotesi di colpa incentrata sulla previsione del terremoti, “non è così perché non è possibile prevedere. Ribadisco la imprevedibilità del terremoto. La riunione della Commissione Grandi Rischi all'Aquila del 31 marzo 2009 è stata un'operazione mediatica per tranquillizzare la popolazione con carattere scenografico e mistificatore, al termine è stata data un'informazione inesatta, incompleta e fuorviante". Il pubblico in Aula ha accolto la lettura della sentenza con una selva di "Vergogna! Vergogna!". "Immaginavo un forte ridimensionamento dei ruoli e delle pene, ma non un'assoluzione così completa, scaricando tutto su De Bernardinis, cioè sulla Protezione civile". Ha commentato così in verdetto il pg Como, che si è detto "alquanto sconcertato".

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