Le storie parlano. Raccontano dolori muti, smarrimenti che agli albori della vita sembrano assoluti e irrimediabili, separazioni innaturali e inaccettabili per chi ancora deve prendere coscienza di essere un individuo indipendente dai suoi genitori. E spesso queste sofferenze, che lasceranno ferite indelebili nella psiche, sono frutto di errori, di decisioni grottesche, di scelte illogiche e incredibili. Anche i numeri parlano. E ricordano che quasi 30 mila bambini e ragazzi minorenni vivono fuori dalla famiglia d’origine e 15.000 di questi sono ospiti di comunità d’accoglienza, come rivela un rapporto del «Gruppo Crc» sui diritti di infanzia e adolescenza diffuso lo scorso giugno. Si tratta di quasi seicento (594 per l’esattezza) in più di quelli dati in affidamento familiare, che nella metà dei casi finiscono per vivere con i parenti. Ma, se da un lato aumentano i bimbi adottabili e le coppie disponibili a farlo, dall’altro un numero sempre maggiore di minori viene inserito in una comunità invece che essere dato in affido. Quindi, non vengono adottati. Anzi. La loro permanenza in queste strutture (che sicuramente non possono sostituire la famiglia, anche se acquisita) dura molto più del dovuto. ALLONTANATI Il rapporto spiega che nel 2011 erano stati dichiarati adottabili in 1.251 e 1.410 nel 2012, con un incremento dell’11,4%. Contemporaneamente le coppie che hanno presentato domanda di adozione nazionale sono passate da 9.795 a 10.244 in dodici mesi, ma gli affidi preadottivi (965 nel 2011; 957 nel 2012) e le «adozioni legittimanti» (1.016 nel 2011; 1006 nel 2012) sono scesi solo dell’1 per cento. Quelli adottabili che si trovano in comunità e in affido familiare sono circa 1.900 e il 51% di essi è collocato fuori famiglia da oltre due anni (il 24% oltre questo termine). Insomma, i piccoli sono pronti a essere adottati. Il 31 dicembre 2012 c’erano in tutto 31.343 coppie pronte a prenderseli. Loro, però, restano in strutture d’accoglienza. Perché? La risposta dettata dalla logica ha a che vedere con i soldi. Tutto legale, per carità, almeno fino a prova contraria. Ma se si pensa che ogni giorno un bambino in comunità protetta costa ai Comuni fra i 70 e i 400 euro e che la spesa totale è di oltre due miliardi l’anno, si comprende quanto sia cospicuo il giro di denaro. E gli interessi a mantenere in piedi il «sistema» sono enormi. LA STORIA DI V . Ma lasciamo parlare i fatti o, appunto, le storie. Bastano due esempi per capire. Quello di V. e quello di cinque fratellini, in tutti sei piccoli uniti dal trauma di essere tolti ai genitori e affidati a strutture pubbliche che, per quanto efficienti e valide, non sostituiranno mai il calore, l’affetto e la comprensione di una madre e di un padre. V. vive con i familiari a Tivoli. Quando il papà, operaio sottopagato, perde il lavoro, la famiglia si trasferisce a Marcellina per risparmiare ma non riesce lo stesso a pagare più la mensa scolastica. Così la bimba si ritrova a tavola assieme ai compagni ma deve restare digiuna. Perciò, ben presto si rifiuta di continuare ad andare a scuola. La madre, di origine benestante, accetta di tenerla a casa anche se la piccola andava bene ed era stata già promossa in seconda elementare. L’istituto segnala ai servizi sociali l’assenza costante della scolara e questi ultimi, prese sommarie informazioni unicamente dai vicini di casa (il trasloco era avvenuto appena un mese prima!), decidono di toglierla alla coppia e di portarla in una casa famiglia di Rieti, a oltre settanta chilometri da dove abitano i suoi. Il tribunale di minori di Roma, basandosi sulla relazioni dei servizi sociali e del responsabile della Casa-Famiglia, dichiara lo «stato di abbandono» della minore, ignorando la volontà della nonna materna di prenderla con sé. «Il tribunale ha dichiarato l’adottabilità della minorenne e ha impedito ai genitori, che non la vedono da oltre un anno, di visitarla - spiega l’avvocato della coppia, Antonio Castellani - L’appello presentato dai genitori è stato rigettato e la Corte d’appello di Roma non si è nemmeno accorta che i servizi sociali non avevano mai contattato il padre e la madre di V. Le istituzioni - conclude il legale - hanno collocato la bambina in una Casa-Famiglia, cui viene corrisposto un indennizzo di circa 80 euro al giorno per il suo mantenimento. Ma perché questa somma non è stata data direttamente ai genitori di V., consentendole di continuare a crescere nella sua famiglia?». CINQUE FIGLI Altro caso, altra regione. Una mamma con cinque figli, tradita dal convivente, lo fa accusare dalla figliastra di comportamenti violenti. I servizi sociali non ci pensano sù molto e mettono la donna e tutti i suoi figli in una struttura di accoglienza. Poi lei si «pente» e torna a casa dal suo uomo. Qualche anno dopo, la bambina ha 11 anni, racconta alle maestre che il padre la maltratta. Le assistenti sociali, anche se «non vi è alcuna evidenza di percosse o di violenza» - spiega l’avvocato dell’uomo, Catia Pichierri - decide di allontanare con urgenza tre bambini su cinque, ponendoli a 168 km di distanza dai genitori non in una comunità familiare ma in un ex orfanotrofio gestito da suore». Poi chiede l’allontanamento anche delle due ultime nate, che le viene concesso dopo un mese e mezzo. La madre non può che seguire le due figlie di appena 18 mesi in comunità. Ma si rende conto che la strttura non è idonea ad accogliere minori e protesta vigorosamente. Risultato? Viene «espulsa». Il tribunale, ovviamente, ratifica. E, nel frattempo, dimentica il padre, che non vede i figli per oltre due mesi. «Nessun diritto di difesa davanti a un magistrato - fa notare l’avvocato Pichierri - Ma possono un giudice e una assistente sociale, tra l’altro neoassunta e con contratto a tempo determinato al Comune, decidere sulla base di isolate e contraddittorie dichiarazioni di un minore di allontanare drasticamente ben cinque bambini dalla propria famiglia e dai propri affetti più primordiali?». Anche questa domanda resta senza risposta.
Il grande affare delle comunità. Due miliardi per accogliere i bimbi
La loro permanenza nelle strutture protette dura più del normale. I Comuni sono al collasso: la spesa giornaliera va da 70 a 400 euro