«Assolti perché il fatto non sussiste». Per gli scontri a piazza San Giovanni del 15 ottobre 2011 i manifestanti Alessandro e Giovanni Venuto, Alessia Catarinozzi e Alessandra Orchi sono innocenti. Le ombre, invece, sono sulle forze dell’ordine: «Gli atti tornino in Procura per le dovute indagini su agenti di polizia» del commissariato Viminale, che avrebbero fatto un verbale falso per il sequestro di una mazza. Così ha deciso il Tribunale di Roma, con una sentenza che implicitamente getta ombre sull’operato delle forze dell’ordine nel corso delle manifestazioni. Perché il documento, sottoscritto da alcuni agenti già individuati, potrebbe essere stato fatto al solo scopo di incastrare uno dei quattro giovani, poi tutti arrestati nella presunta flagranza del «lancio di oggetti e strumenti atti a offendere» in via Poliziano. «DOCUMENTO» DELLA POLIZIA Una vicenda tutta ancora da chiarire che, tuttavia, pone un punto fermo: «L’istruttoria dibattimentale ha fatto luce sul ruolo degli imputati», ha spiegato l’avvocato Giancarlo Rizzo, specificando che «si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato». Stando agli accertamenti investigativi, infatti, in quel punto ci sarebbe stata una «guerriglia» a cui, però, non avrebbero partecipato i quattro. Luce, invece, sarà fatta sul verbale di sequestro della mazza. Il documento, poche pagine, è contenuto nell’incartamento giudiziario. In particolare, gli agenti avrebbero affermato che Giovanni Venuto, alla vista delle forze dell’ordine, aveva gettato per terra un manico di piccone con impugnatura avvolta da un nastro isolante nero e un drappo dello stesso colore. Atto, dunque, che avrebbe consentito di aggravare la posizione del giovane manifestante. In realtà la difesa è riuscita a dimostrare l’innocenza degli imputati. Stando alla ricostruzione, poi avvalorata anche dal Tribunale, ci sarebbe una prova giudicata «incontestabile» contenuta in un video finito nel procedimento. Nella registrazione, 2 minuti e 45 secondi (consultabile su https://www.youtube.com/watch?v=jSx7zYeyHqQ) , si sente una donna urlare da un balcone «non sono loro che dovete prendere, quelli stavano buoni…non sono loro». «IN PRIGIONE CON MIO FIGLIO DI 5 ANNI A CASA» «All’epoca avevo 29 anni», racconta Alessandra Orchi, «mio figlio di 5 anni stava a casa con mia madre ad aspettarmi mentre mi portavano a Rebibbia per qualcosa che non avevo commesso. All’inizio ho pensato che si trattasse di un controllo, ma poi ci hanno portato dietro le sbarre. A me e all’altra ragazza a Rebibbia, i ragazzi a Regina Coeli. Noi siamo rimaste 5 giorni, mentre loro credo un paio di mesi». La giovane spiega che «lavoravo come ausiliaria nei vigili del fuoco. Il primo giorno degli arresti domiciliari, tre settimane, sono stata chiamata dal comando e mi hanno detto di restituire il badge del Ministero, come se fossi già colpevole. Ho perso il lavoro, ho perso tutto. E non avevo fatto niente». Conclude che «non ce l’ho con gli agenti di polizia, anche se pur non avendoci visto fare niente ci hanno arrestato. Ma comunque chiederò un risarcimento danni per ingiusta detenzione». LA VIOLENZA Al di là delle assoluzione, la manifestazione del 15 ottobre 2011 ha mostrato tutta la violenza degli scontri. Con i quattro arrestati in flagranza, ieri assolti, sono finiti in manette una quarantina di persone: in 20 sono già a processo, in sei hanno scelto il rito abbreviato e sono stati condannati, mentre altri cinque sono stati arrestati mesi dopo. Quel giorno la Capitale aveva regalato ai manifestanti una splendida giornata di sole. Così migliaia di persone, gli indignados, a Roma come nel resto del mondo, erano scese in piazza per manifestare contro la disoccupazione, la crisi economica, il precariato e l’emergenza abitativa. In un istante però le parole d’ordine gridate dagli indignati italiani erano scomparse. Sanpietrini, bastoni, casonetti incendiati, sangue e rabbia avevano preso il sopravvento. Il colorato corteo partito da piazza Esedra aveva lasciato le strade a un centinaio di facinorosi, giovani e adulti vestiti di nero e con il volto travisato. I loro obiettivi sembravano due: non farsi identificare aggredendo fotografi e distruggere qualsiasi cosa gli capitasse sotto tiro. Non volevano attaccare, così come dicevano, i simboli del potere economico. La prima vittima infatti era stato l’Elite Market di via Cavour, una piccola bottega, un negozio come tanti che divenne l’oggetto del primo atto di devastazione, del primo momento di un escalation di violenza. Banche, poste, sedi distaccate del Ministero e semplici auto parcheggiate venivano assalite. Diverse persone aderenti al primo corteo, quello pacifico, si erano aggregate ai «neri», altre li criticavano cercando di fermarli. Le forze dell’ordine cercavano di arginare la violenza mentre il corteo si muoveva verso via Labicana, dove avvennero le prime cariche della polizia, poi in via Merulana e infine in piazza San Giovanni. Ai sanpietrini lanciati dai facinorosi la polizia rispondeva con cariche e lacrimogeni. Ragazzi e ragazze, scesi in piazza per manifestare pacificamente, scappavano e si rifugiavano dentro i portoni dei palazzi come se stessero al centro di uno scontro tra indiani e cowboy. Anche alcuni poliziotti scappavano. Tra le strade regnava il caos.
Devastarono Roma, ma pagano gli agenti
Il 15 ottobre 2011 i manifestanti spaccarono vetrine, incendiarono blindati e ferirono le forze dell'ordine. Assolti quattro "indignati". E il tribunale vuole nuove indagini sui poliziotti che li arrestarono
