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Due ergastoli per l’assassinio del boss Carlino

Vincenzo Imperitura La sentenza del tribunale di Roma di ieri potrebbe segnare un punto di non ritorno: l’omicidio di Giuseppe Carlino, ex pezzo da novanta della banda della Marranella trucidato a...

La sentenza del tribunale di Roma di ieri potrebbe segnare un punto di non ritorno: l’omicidio di Giuseppe Carlino, ex pezzo da novanta della banda della Marranella trucidato a colpi di ’38 sul lungomare di Torvaianica nel 2001, è stato infatti considerato, a tutti gli effetti come un omicidio di mafia: il primo nella storia del malaffare romano. Una sentenza storica che ha portato all’ergastolo per Michele «’o pazzo» Senese (uno dei «quattro re di Roma» del crimine organizzato capitolino) che, secondo quanto accertato dai giudici di primo grado, avrebbe architettato e organizzato l’uccisione del boss che avrebbe avuto sulla coscienza l’omicidio del fratello dello stesso Senese: un omicidio venuto fuori per una storia di droga e che sarebbe stato lavato con il sangue per volontà dello stesso mammasantissima all’epoca dei fatti «in vacanza» in una struttura medica. E d’altronde i pm Cascini e Tescaroli, durante la requisitoria erano stati durissimi: «Giuseppe Carlino – sostenne l’accusa – fu ammazzato in esecuzione di una promessa di morte che era stata fatta da Michele Senese direttamente dal carcere. L’omicidio era da un lato la vendetta per la morte di Gennaro Senese (fratello di Michele, ndr) dall’altro la condanna fu eseguita per affermare la forza criminale del boss; il messaggio che Senese intendeva mandare a tutti era chiaro: nessuno può fare qualcosa a Senese, perché Senese è il boss indiscusso ed è in grado di uccidere anche da dietro le sbarre». Un processo interminabile quello per la morte del narcos della Marranella: archiviato per tre volte prima della svolta del gennaio 2013 quando gli inquirenti chiusero il cerchio, arrestando il mandante Michele Senese, gli esecutori materiali Pagnozzi e Clemente e i basisti e collaboratori del clan De Salvo e Pisanelli. E così, a distanza di 13 anni dall’omicidio, uno dei processi più tormentati del crimine organizzato romano è arrivato finalmente al termine. Della criminalità organizzata, l’omicidio Carlino, mostra tutti i requisiti: dalla vendetta per lo sgarro subito (il debito che i Carlino avevano con il gruppo Senese e che saldarono a colpi d’arma da fuoco), alla dimostrazione di forza per un boss di primo piano «dalla caratura criminale storica» che organizza e fa portare a termine l’omicidio del proprio nemico anche se rinchiuso nell’istituto di psichiatria criminale. Oltre all’ergastolo per Senese, i giudici hanno disposto un altro «fine pena mai» per Pagnozzi (considerato autore materiale del delitto) e una condanna a trenta anni di reclusione per Clemente, Pisanelli e De Salvo che dell’omicidio si occuparono nelle fasi preliminari. Altre condanne sono state inflitte ai collaboratori di giustizia Carotenuto e Riccardo, rispettivamente a 8,8 e 12 e 4 anni.

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