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«Sul posto di lavoro un pezzo di pane. Ora è distrutto dal dolore»

«Idris mi ha detto di esser stato accoltellato dalla moglie mentre dormiva, domenica notte. Il motivo non lo sa, non avevano litigato. Non discutevano quasi mai. Lui è un pezzo di pane, una...

«Idris mi ha detto di esser stato accoltellato dalla moglie mentre dormiva, domenica notte. Il motivo non lo sa, non avevano litigato. Non discutevano quasi mai. Lui è un pezzo di pane, una bravissima persona. Davvero, cosa posso dire? Non ci sono altre parole per descriverlo». Claudio, responsabile del mobilificio Mondo Convenienza, in zona Aurelia, si passa più volte la mano sugli occhi lucidi mentre parla di Idris Jeddou, il marito della donna che ha ammazzato due dei suoi tre figli prima di suicidarsi. «Lavora per me da dieci anni al deposito, trasporta i mobili. Attacca tutti i giorni alle 7 del mattino, non ha mai creato problemi e gli vogliamo tutti bene. Sa che due dei suoi bambini sono morti, come pure la moglie, e chiede in continuazione di vedere la piccola che è sopravvissuta. Vuole andare da lei, non capisce perché Kadija abbia compiuto una strage simile. Dice che era una donna meravigliosa, che nulla avrebbe mai fatto pensare ad una fine come questa. Io però tante domande non potevo fargliele, lui è molto provato». La stessa versione raccontata al datore di lavoro, il marocchino ricoverato nel reparto di chirurgia del San Giovanni dall’alba di lunedì, l’ha ripetuta ai colleghi del mobilificio, suoi connazionali, che ieri gli hanno fatto visita. «La moglie lo ha ferito mentre dormiva - conferma un marocchino - si è svegliato dal dolore fortissimo alla pancia. Le motivazioni non ce le ha date, almeno a noi, e penso che neanche le sappia. La donna non la conosco, ma sicuramente non avevano problemi economici perché Idris non aveva preoccupazioni». Insieme ai suoi colleghi, tutti connazionali tranne il responsabile, ieri hanno fatto visita a Idris anche diversi occupanti dello stesso stabile in via Carlo Felice dove l’uomo viveva insieme alla famiglia dal 2003. Tra loro, però, nessuno ha voglia di parlare. «Lunedì mattina, prima che la notizia della strage iniziasse a circolare, l’uomo era ricoverato in stanza con me e altre persone - racconta un paziente -. Ancora non sapeva niente, aveva quella ferita all’addome ma non sembrava profonda. Parlava, non mi pareva agitato. Forse non sapeva ancora niente, lo hanno spostato nel primo pomeriggio e da allora i poliziotti non lo perdono di vista un attimo». Avvicinarsi o anche solo sostare in prossimità della stanza dove il 43enne si trova ricoverato è impossibile.

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