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Guerre di eredità e di letto. Ecco la «Dinasty» all’italiana

Il guaio è che esiste una dimensione «umana -troppo umana» dell’economia, che livella nei comportamenti ciò che il danaro, la celebrità e il successo separano. E capita così che le grandi dinastie, proprietarie di società quotate in borsa, arene di confronti generazionali tra solidi patriarchi ed eredi rampanti (per quanto, troppo spesso, claudicanti) – occhieggianti con candidi sorrisi dalle copertine dei magazine – soffrano (quasi) le pene dei poveri cristi. E i titoloni a nove colonne si sgretolano di fronte alla saggezza non scritta dei vecchi proverbi campagnoli: «una generazione fa e una disfa» (tenendo il binocolo sui figli) oppure «la prima facchina, la seconda regina» (spostando il binocolo sulle mogli). E se Adam Smith tornasse tra noi, oltre alla «mano invisibile» del mercato forse noterebbe il palmo a conchetta di consorti e pargoli, individuandolo come fattore decisivo nei cicli economici di un’azienda, grande o piccola che sia. Così le grandi aziende, figlie di grandi dinastie, finiscono per dondolare sugli scossoni generati da guerre ereditarie e passaggi di letto. L’effetto non è dei migliori: gloriose epopee si trasformano in canovacci letterari, un po’ Buddenbrook di Thomas Mann, un po’Malavoglia di Giovanni Verga. Stretti tra seconde generazioni che offrono opache prove di sé e capostipiti su con gli anni convinti che il proprio futuro sia glorioso quanto il passato. «Accade anche alle migliori famiglie» (altro proverbio). Sembra così anche per i Del Vecchio e la loro Luxottica. Ieri, il titolo a Piazza Affari è crollato del 9,23%, e sono evaporati 1,82 miliardi di euro, trend che è stato determinante per la chiusura in calo della Borsa di Milano. Ad aver generato il calo vertiginoso sono state le dimissioni dell’Ad Enrico Cavatorta, arrivate ad appena un mese dalla nomina. Uscita molto traumatica, anche se un po’ meno della precedente, quella dell’Ad Andrea Guerra avvenuta all’inizio di settembre. A quest’ultimo va ascritta la crescita dell’azienda negli ultimi 10 anni, con un fatturato passato dai 3 ai 7 miliardi di euro e il potenziamento della dimensione internazionale del marchio. Insomma, Guerra è uno di quei manager che i più descrivono come «solisti», ma che, Marchionne docet, servono a salvare il granitico capitalismo familiare italiano. Personalità forti che finiscono, prima o poi per incrociarsi con il mondo della politica. A Guerra è capitato, quest’anno, in occasione della nascita del governo Renzi. Il suo nominativo ha ballato per giorni nella giostra del totoministri, e pare che al fondatore non sia andata a genio una smentita troppo tardiva circa l’ingresso in squadra. Oltre, a quanto sembra, ai risultati al di sotto delle aspettative nel retail americano negli ultimi tempi. E così, è scattata l’idea di passare al «triumvirato», formula che, se nell’antica Roma poteva anche funzionare, non è detto che vada bene anche per un’azienda quotata in borsa. Specie con un carattere come quello di Guerra che per dieci anni, alla Luxottica, aveva giocato da centravanti. In realtà, stando ai rumors, due sono stati i fattori che hanno portato al passo indietro di Guerra. Da un lato, un sempre più fervente interventismo del patriarca Leonardo del Vecchio. Dall’altro, quello della di lui seconda moglie Nicoletta Zampillo, con cui dopo una parentesi (di un’altra consorte e due figli) si è di nuovo riunito in matrimonio, e che mirerebbe ad acquisire il 25% della Delfin. Si tratta della società che controlla il 61% della Luxottica, e dove ciascuno dei sei figli, nati da tre mogli diversi e che attraversano ben tre generazioni (da over 55 ad under 10) detengono il 16,3%. Qualora la signora riuscisse nel suo intento, la bilancia penderebbe a favore del «suo» ramo ereditario, sommando la propria quota con quella dell’unico figlio. Per questo avrebbe iniziato un vero e proprio risiko sulla governance, con il tentativo di inserire nel Cda un suo uomo di fiducia, manovra – avvalorata da Del Vecchio – che sarebbe alla base proprio dell’addio di Enrico Cavatorta, giunto domenica sera dopo tre ore di confronto con il patron. Dunque, attorno al groviglio di mosse e strategie, che assumono rilievo internazionale considerando il livello della società, ci sarebbe niente più niente meno che una disputa familiare. E il fatidico momento in cui si comincia a scegliere l’erede designato – o gli eredi designati – a scapito di altri, operazione a rischio terremoto. È una fase per certi aspetti fisiologica e necessaria, ma che se non gestita bene può avere un effetto devastante per la competitività di un’azienda, considerando che restringe il campo da gioco, da internazionale a prettamente domestico. Riportando a galla tutti i limiti di quel capitalismo ereditario che, se nel dopoguerra ha reso grande l’Italia, ora è un modello che stenta ad evolversi ma deve farlo se vuole rimanere competitivo. Si innesca una sorta di ciclo, dove la modernità lascia spazio a quelle logiche che, decenni e decenni orsono, fecero nascere le migliori aziende del Paese: intuito, coraggio, e una sorta di «affidamento al destino». Andava bene allora, non è detto che vada bene adesso. Quella delle predisposizioni di passaggi ereditari sono fasi che durano a lungo, e talvolta passano anni prima che si possa trovare una quadratura del cerchio. Basti vedere, in casa nostra, alle dinastie degli Agnelli e dei Berlusconi. Capitolo a parte, poi, le consorti, che se sono plurime possono dar luogo a dei grovigli di non facile soluzione. È un principio generale, che non riguarda solo l’economia. Per approfondimenti sul tema, al capitolo influenze e ingerenze, vedere alla voce Rupert Murdoch con la sua terza sposa, Wendi Deng, quasi quarant’anni più giovane che cara costò nel divorzio. Oppure a quella Hillary Clinton, che sfida il marito nello scrivere la sua pagina di storia americana. E ancora, andando indietro un po’ negli anni, Santippe, sposa di Socrate passata alla storia per il suo carattere piuttosto invadente. Al filosofo greco, Aulo Gellio attribuisce queste parole: «Sopportare una tal donna in casa mi abitua ed esercita a sopportare la petulanza e l’intemperanza degli altri all’esterno». Il problema è che, allora, non esistevano ancora le società quotate.

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