Si è avvalso della facoltà di non rispondere Danielino De Santis, detto «Gastone», l’ex ultras giallorosso accusato di omicidio volontario dopo la morte dell’operaio di Scampia Ciro Esposito. In una sala dell’ospedale di Belcolle dove si trova agli arresti per motivi di sicurezza, l’indagato ha detto ai pubblici ministeri Eugenio Albamonte e Antonino Di Maio di non essere pronto a rendere interrogatorio ma ha confermato quanto scritto lunedì scorso nelle due paginette vergate a mano e inviate in Procura via fax. Una sorta di memoriale nel quale De Santis racconta di essere stato assalito dai tifosi napoletani e di avere esploso i colpi di 7,65 per paura. Una testimonianza al vaglio degli inquirenti e che si aggiunge alla montagna di elementi finiti nel fascicolo del giorno più buio del mondo della pedata italiana. Ai pubblici ministeri: Vi scrivo questa lettere per dire che dopo averci perensato molto ancora non me la sento di essere interrogato. Questo non è per sfiducia nel lavoro dei magistrati, anzi, la verità sta uscendo da sola e spero che continuerà così. Però sto ancora male, non solo fisicamente, mi devono rioperare, ho pure avuto un’ischemia, forse perdo la gamba e comunque i medici mi hanno detto che rimarrò zoppo e soprattutto ho paura, per me ma soprattutto per i miei familiari. In questi mesi ho sentito di tutto come se fossi un mostro. I giornali hanno pubblicato la foto di mio padre e su internet hanno messo pure l’indirizzo dei casa dei miei. Dicono che le coltellate me lo sono fatte tramite i servizi segreti. Chiedete a tutti i medici e fatemi tutti gli esami che volete. Anzi è già venuto il vostro medico e gli ho spiegato tutto e penso che lui ha capito benissimo e ha verificato tutto. Hanno detto che volevo aggredire donne e bambini, mai fatto in vita mia. Mi stanno mettendo contro un’intera città come una guerra. Tutte le mie parole su quello che è succeso veramente in quei momenti verranno usate per far crescere odio fin quando non si scatena qualche pazzo. Voglio dire che è vero, alla fine, i colpi li ho esplosi io, ma senza mirare, ero pieno di sangue dappertutto, mi stavano ammazzando punto e basta, sennò non sarei qui vivo anche se posso perdere la gamba. Sono uscito dalla Boreale (dove io vivo) per chiudere il cancello perché si sentiva un casino di bomboni e fumogeni e dentro stavano giocando i ragazzi. Non ho tirato nessuna bomba, Quando sono uscito ho solo raccolto un fumogeno che stava per terra e l’ho ritirato e ho strillato al conducente del pullman di levarsi. Era là quando ho visto che c’erano già casini. A quel punto mi hanno rincorso in trenta, ho provato a scappare e già di spalle mi hanno preso a bastonate, mi hanno dato le prime coltellate e bastonate. Poi ho provato a chiudere il primo cancello ma non ci sono riuscito e mi sono rotto la gamba sotto al cancello e hanno continuato comunque. Non volevo uccidere proprio nessuno però purtroppo alla fine un ragazzo è morto. Il resto lo spiegherò al giudice quando avrò il processo o quando le cose si saranno calmante. Prego di credermi che sono davvero disperato per quello che è successo e mi porto dentro tutto il dolore per la morte di Esposito Ciro. Spero che continuerete le indagini perché quello che ho detto è la verità, vi prego di non diffondere la lettera se potete». Grazie in fede Daniele De Santis
«Ho sparato, mi stavano ammazzando»
di Daniele De Santis
