Il silenzio. La corrente che salta. Quella maledetta Real Madrid-Glasgow Rangers che in tanti non sapranno mai com’è finita. Poi un lampo. Dieci, cento, mille. E il vento. Il rumore. Cartacce che volano, aghi di pino e poi la nebbia. Ago dopo ago, in un istante è tutto un chiedersi cosa sia. Dura pochi minuti. Poi arriva l’apocalisse. La diga, solo lei, regge ed è ancora lì: tutto il resto semplicemente scompare dalla faccia della terra. Cinquantuno anni fa il monte Toc, non senza aver avvisato, crollava nel lago artificiale del Vajont facendo sollevare un’onda che, sul costone opposto della valle, arrivava appena a sfiorare le case di Casso, che verso monte risaliva risucchiando mezzo abitato di Erto e che, verso il Veneto, aveva la forza di scavalcare la mirabile diga vanto dell’ingegneria civile italiana scagliandosi come un maglio su Longarone. E su tutti i paeselli del Piave. Il bilancio: 1917 morti. Di tanti non si sono trovati neanche gli occhiali. Polverizzati. A 51 anni dalla tragedia più grande che l’uomo abbia provocato in Italia nel dopoguerra – perché l’uomo, e non la natura, ne è il responsabile – le verità sono ancora mezze verità: i mandanti, gli esecutori, sono ancora – e tali resteranno – mezzi mandanti e mezzi esecutori. Del Vajont in questi cinque decenni si è solo cercato di rimuovere la memoria e la vergogna. Oggi, a 51 anni da quel 9 ottobre 1963, l’Ansa pubblica una galleria di foto mai viste: istantanee di una tragedia che la memoria collettiva ha rimosso e che riconsegnano, ancora una volta, quel senso di ineluttabile che da sempre ha avvolto “il Vajont”. Anche quest’anno, 51 autunni dopo quello del 1963, c’è chi lotta per vedere riconosciuta la responsabilità dell’uomo nella tragedia, nella fragilità geologica del monte Toc. "È difficile trovare parole per un dolore che non passa - ha scritto il presidente del Consiglio Matteo Renzi in un messaggio al sindaco di Longarone, Roberto Padrin - E che ritroviamo lì ogni anno, prigioniero di quei duecentosessanta milioni di metri cubi di roccia che spazzarono via cinque paesi e uccisero 1.910 persone. Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè: nomi scolpiti nella memoria nazionale - ha sottolineato il premier - Ma la memoria non basta. Ed è per questo motivo che Longarone e il Vajont sono stati tra i punti di partenza anche della mia campagna per le primarie. Quando ho ascoltato le testimonianze dei sopravvissuti al disastro ho sentito risuonarmi dentro due sole parole: mai più. Longarone è un monito. Ma la memoria, dicevo, non basta e non bastano i moniti: a noi è chiesto di prevenire. Perché il sacrificio di quelle vite e di quei territori non diventi vano Come sindaco - ha concluso Renzi - e sindaco di una città che all'acqua deve molto ma che all'acqua ha anche pagato un grande tributo, sapevo che la difesa del territorio non è una priorità: è LA priorità".
Vajont 51 anni dopo il disastro
Ancora rabbia e dolore dopo oltre mezzo secolo dalla frana che provocò 1910 morti. Il premier Renzi: "La memoria non basta"
