Attualità

Catturato Balestrieri tesoriere delle ’ndrine

Custodiva il tesoro della criminalità nel Lazio

È finita in Marocco la latitanza di Giorgio Hugo Balestrieri: uccel di bosco dal dicembre 2009, «Il comandante» è finito in manette su disposizione della distrettuale antimafia di Reggio Calabria che lo accusa di essere uno dei principali referenti della cosca Molè sul territorio della Capitale. È attraverso lui, sostengono i giudici, che i boss calabresi legati al mammasantissima Rocco Molè riciclavano all’ombra delle mura Aureliane parte dell’enorme quantità di denaro illecito tirato su con gli affari legati al porto di Gioia Tauro. Punta di diamante degli affari che il clan gestiva assieme a Balestrieri nel Lazio era il lussuoso resort Villa Vecchia, a Monte Porzio Catone attraverso cui Balestrieri e i suoi soci garantivano alla cosca «un contributo concreto, specifico e determinante per il perseguimento delle finalità della 'ndrina Molè, con particolare riferimento alla acquisizione da parte della 'ndrina medesima della struttura alberghiera Villa Vecchia di Frascati, nonché al controllo da parte della 'ndrina sulle attività economiche che si svolgevano nel porto di Gioia Tauro, ivi comprese quelle connesse alle operazioni doganali e di trasporto delle merci oggetto di import-export soprattutto dalla Repubblica popolare di Cina». Un’operazione di riciclaggio importante che va avanti, proficuamente e a lungo visto che Balestrieri e i suoi sodali romani «sono soggetti cui l'associazione per delinquere di stampo mafioso si era rivolta per risolvere il problema del reinvestimeno del danaro (ed anche della sistemazione lavorativa della famiglia di Rocco Molè) ed essi, per quanto si coglie dalle emergenze indiziarie (delle intercettazioni in particolare), erano perfettamente consapevoli dell’apporto prestato all’associazione medesima (come denota la cacciata dei precedenti titolari della struttura alberghiera), ciò almeno fino a quando gli interessi dell’una e degli altri non iniziavano a divergere, sì da divenire essi stessi un ostacolo dell’associazione cui un tempo si appoggiavano e subirne le conseguenze». Giorgio Balestrieri non è una semplice «testa di legno» del clan: ex iscritto importante alla loggia P2, con un passato nella marina militare italiana e un passaporto statunitense ottenuto nei primi anni ’80, il Comandante vanta contatti importanti nel mondo dell’intelligence (italiana e americana) e fino al 2011 (quando in Italia era già formalmente un latitante da due anni) è stato presidente del Rotary Club di New York, probabilmente il più importante al mondo. Una figura a metà tra il lobbista e il faccendiere che, una volta terminate le procedure di estradizione dal nord Africa, dovrà rispondere alle (tante) domande del pm antimafia reggino Roberto Di Palma. Domande che, oltre a quelle legate agli affari dei Molè nella Capitale, riguarderanno il crocifisso ligneo attribuito a Michelangelo Buonarroti e che, attraverso l’ex console sammarinese in Giordania ed Egitto, il gran maestro Giacomo Maria Ugolini, era finito nelle sue mani prima di sparire nell’ombra, ricercato dalle procure di mezza Italia. Dell’opera rinascimentale, autenticata da uno dei massimi esperti di Michelangelo, il gesuita e professore all’università Gregoriana Heinrich Pfeiffer, non si è più saputo nulla e lui, il Comandante in una vecchia intervista raccontava di custodirlo in una cassetta di sicurezza di San Marino. Ed è lì, all’ombra del monte Titano, che gli inquirenti stanno provando a riallacciare il filo rosso che lega il faccendiere della ‘ndrangheta con il Sacro Graal della storia dell’arte: una statuetta di legno che celerebbe il Codice Michelangelo, un segreto nascosto per secoli, capace di unire umano e divino attraverso simboli esoterici.

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