Dai, succede. Il fatto è che una buona idea va a infilarsi in chissà quale remota regione dell’inconscio: la credi partorita dal tuo ingegno e poi scopri che l’hai miseramente, tristissimamente copiata-e-incollata da qualcun altro. E se - come sosteneva anni addietro la penna illuminata di Roberto Gervaso - «il plagio è un atto di omaggio, chi copia ammira», allora noi de Il Tempo ci sentiamo lusingati e fieri. Perché oggi il Corrierone cambia pelle: tintinnano i calici a via Solferino per il restyling grafico e di formato del primo quotidiano d’Italia, un giornale che il sapido Severgnini presenta come «più chiaro, più utile, più bello». E sarà senz’altro così, auguri e complimenti ai colleghi meneghini. Peccato solo per quello scivolone - speriamo inconsapevole e involontario - della campagna di lancio del "nuovo" Corriere della Sera. Guardate qui a fianco, leggete il "claim", cioè lo slogan che viene sparato come una fiera asserzione di originalità creativa e intellettuale. Lo stesso de Il Tempo del 2007, Dicono a Milano, ed è una frase che il bravissimo direttore De Bortoli ha ripetuto in questi giorni come un mantra: «Si può cambiare e rimanere se stessi». Per rafforzare il concetto, la celeberrima agenzia pubblicitaria cui è stata commissionata la campagna mostra le foto di un bambino e di un uomo intenti in un salto di gioia: un solo individuo, in età diverse. La stessa idea che i lettori de Il Tempo, e i milioni di italiani che hanno visto la nostra campagna nelle strade o in tv, sette anni fa, hanno già avuto modo di apprezzare. Una giovane donna, ritratta poi in epoca più matura (c’era anche la versione maschile): e il nostro claim - realizzato da un’agenzia pubblicitaria diversa da quella del Corriere - recitava: «È bello cambiare rimanendo se stessi». Adesso il Corriere rilancia tale e quale: «Si può cambiare e rimanere se stessi». Accanto le foto, prima e dopo. Come Il Tempo del 2007. E dai, su. Può succedere, ma non così. Se accade a questi livelli è imbarazzante, pernicioso, gravissimo, crea danni a tutti. Di solito per il plagio intellettuale si finisce ad accapigliarsi in tribunale: come quando Al Bano valutò che Michael Jackson doveva essersi profusamente ispirato a una sua canzone, un incidente simile a quello di George Harrison, che poi ammise di aver copiato di sana pianta la sua celeberrima "My sweet Lord" da un gruppo soul femminile. O come quando Nabokov fu messo alle strette da uno sconosciuto scrittore tedesco con la fondata prova di avergli rubato la trama di "Lolita". O come quando un altro romanziere di gran successo, Houllebecq, aveva immerso la sua prosa nelle anonime sacche di WikiPedia. E mica è roba solo dei tempi nostri, anzi: Marziale non la mandava giù, erano in troppi a buttare l’occhio con noncuranza nelle sue tavolette di cera. "Smettila di abusare nei miei versi, o pubblicane dei tuoi!", tuonava. In duemila e quattoridici anni in tanti - troppi - sono stati pescati con le mani nel sacco, come scolaretti intenti a sbirciare il compito di quello del primo banco. Woody Allen ne aveva una buona, in proposito: "Io ho un pessimo ricordo dell'università. Successe che fui sbattuto fuori il primo anno perché copiavo agli scritti di metafisica: sapete, stavo sbirciando nell'anima del compagno accanto a me". Come sarà andata stavolta? Visto che siamo nel campo della pubblicità, dove la fortuna di un prodotto viene decisa da una frase, un rigo appena, purché fulminante, o da un’immagine che bombardi l’inconscio, viene alla mente quella curiosa analogia tra i due spot del caffè: uno con Clooney e Malkovich, l’altro con Bonolis e Laurenti. Entrambi ambientati in Paradiso. Qui invece vien voglia di mandare qualcuno all’inferno. Per rimanere se stessi.
Così il Corsera ha copiato la campagna de Il Tempo
il quotidiano di via Solferino si rifà il look e, 7 anni dopo, utilizza il nostro stesso slogan
