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Centodieci «italiani» con i tagliagole

L’Antiterrorismo: immigrati di seconda generazione. Vivono nel nostro Paese. Saliti a tremila i combattenti europei arruolati con i miliziani di Isis. In Siria raid aerei Usa e di cinque Paesi arabi: 120 terroristi eliminati

Oltre cento combattenti italiani pronti a schierarsi con i miliziani dell'Isis. 110 per la precisione. Sale in bilancio di «mujaheddin nostrani» già partiti per la Siria e l’Iraq o pronti a farlo. Ai 50 individuati dall'intelligence tra convertiti, immigrati e seconde generazioni di musulmani, ora se ne aggiungono altrettanti. È quanto rivelano fonti interne alla comunità islamica italiana. Ma la notizia è confermata anche dall'antiterrorismo che, però, invita alla prudenza. Al momento, infatti, si tratterebbe di soggetti noti per una deriva fondamentalista e che avrebbero «manifestato un certo interesse per la jihad». Gli accertamenti su questi personaggi sono già partiti. Si allarga in Italia, quindi, il fronte di chi ha deciso di abbracciare la causa del Califfato, mentre l'allerta per possibili attentati terroristici nel nostro Paese, e a Roma in particolare, cresce. Secondo quanto riferito da fonti della comunità islamica, i nuovi volontari della jihad sarebbero in maggioranza immigrati che vivono in Italia da molto tempo e che hanno di recente visitato i paesi d'origine. Non è escluso, infatti, che durate la loro permanenza fuori dal territorio nazionale, abbiano imbracciato le armi a fianco dell'Isis o ne abbiano raccolto il «messaggio». Gli ultimi video mandati in rete dai fondamentalisti islamici, in cui si esortava alla jihad anche attraverso l'uccisione di «infedeli», e ancora prima i video che mostravano le decapitazioni di alcuni occidentali, avrebbero avuto un effetto dirompente proprio su chi mostrava già una certa indole alla deriva fondamentalista. A offrire ulteriori motivazioni ai combattenti volontari, inoltre, è arrivato il web magazine dell'Isis, Dabiq, disponibile online, in versione pdf, da luglio. Giunta alla sua terza pubblicazione, la rivista presenta il progetto del Califfato e invia un messaggio rivolto a tutti i mujaheddin sparsi sul pianeta, perchè accorrano e partecipino alla rinascita dello Stato islamico. «Sia Stato islamico o Apocalisse», recita una delle agghiaccianti frasi pubblicate sul secondo numero. La diffusione delle pagine del terrore, spiegano fonti dell'antiterrorismo, è difficile da controllare e arginare, come ogni cosa che si muove in rete. Attraverso i social network, infatti, è possibile individuare soggetti che inneggiano alla jihad o postano foto dai teatri di guerra. Molti aspiranti combattenti, però, evitano internet proprio per il rischio di essere individuati. E proprio in mezzo a questi, tra gli insospettabili, potrebbero nascondersi i nuovi 50 mujaheddin. Solo a Roma, una ventina di giovani di seconda generazione, tutti tra i 18 e i 28 anni, sarebbero pronti a raggiungere i miliziani di Al Baghdadi. Alcuni esponenti della comunità islamica, infatti, tornano a denunciare un «fenomeno sommerso che sfugge anche al controllo delle forze dell’ordine». Si tratta delle seconde generazioni di immigrati, di quei giovani nati in Italia da famiglie arrivate nel nostro Paese almeno da vent'anni, e che sono assolutamente insospettabili. Studiano, lavorano e conducono uno stile di vita in tutto e per tutto occidentalizzata, ma in testa hanno solo la jihad. Non frequentano le moschee e non sono inseriti nei normali circuiti religiosi della comunità musulmana. L'indottrinamento e l'arruolamento avvengono attraverso internet, che fornisce anche il supporto e le indicazioni per l'eventuale partenza verso la guerra in Siria. Nessun incontro con imam in moschee non autorizzate, dunque, e nessun segnale di cambiamento fisico o caratteriale. Tutto avviene nel buio del web, che raccoglie i segreti e i piani dei jihadisti di casa nostra. Sull’argomento, proprio nei giorni scorsi, si era espresso anche il capo dei servizi segreti interni tedesco, Hans-Georg Maassen, che aveva messo in guardia sull’utilizzo dei social network da parte dei jihadisti e sul rischio connesso al rientro in patria dei combattenti. Circa 130 combattenti tedeschi, infatti, sono tornati in Germania dopo essersi recati in Siria. «Pur non avendo prove concrete che stiano pianificando un attentato – ha spiegato Maassen - questi rappresentano un alto potenziale di pericolo». E sarebbe salito a «circa tremila» il numero di combattenti europei in Siria ed Iraq. Lo scrive l’agenzia Afp, citando il coordinatore della lotta al terrorismo, Gilles de Kerchove, che a luglio scorso parlava di circa duemila «fighters» europei in Medioriente.

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