Sarà un nuovo processo davanti alla Corte d’assise d’appello di Roma a decidere il destino di Hamed e Hamid Hillal Hamad Al Qubeidi, i due fratelli irakeni che furono tra i carcerieri dei 4 contractors italiani rapiti ad Abu Ghraib, alla periferia di Bagdad, nell’aprile del 2004. L’appello alla sentenza di assoluzione che, storia di pochi mesi addietro, aveva sancito un vizio procedurale nella richiesta di condanna per i due carcerieri di Maurizio Agliana, Umberto Copertino e Salvatore Stefio (Fabrizio Quattrocchi era stato giustiziato due giorni dopo il rapimento con una raffica di colpi alla testa e al torace in favore di telecamera) è stato infatti fissato per il prossimo ottobre. Appello per una sentenza che aveva mandato a monte il certosino lavoro di ricostruzione degli eventi che videro protagonisti, loro malgrado, il gruppo di contractors italiani e un gruppo di ribelli irakeni che si faceva chiamare «Falange Verdi» e che tenne in ostaggio i tre sopravvissuti per 58 giorni, fino a quando furono scovati dalle truppe d’assalto americane. L’APPELLO C’è anche la firma del procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone nella richiesta d’appello formulata dai pm sulla sconcertante assoluzione in primo grado dei due carcerieri appartenenti a una delle tante sigle che si ribellavano all’intervento armato in Irak: l’alto magistrato, infatti, ha condiviso gli appunti del pm Erminio Amelio che nel documento di appello alla sentenza aveva parlato di «atomizzazione del contesto storico» del rapimento, avvenuto durante la prima fase dell’occupazione americana dell’Irak e immediatamente dopo l’attentato suicida alla caserma dei carabinieri di Nassirya, dove morirono 25 soldati italiani impegnati nell’operazione «Antica Bablonia». Secondo il ricorso contro il verdetto della Corte d’Assise, infatti, il sequestro dei 4 italiani e l’uccisione di Quattrocchi (medaglia d’oro al valore militare che prima di essere giustiziato davanti alla telecamere si sfilò la benda che gli copriva gli occhi gridando ai terroristi «vi faccio vedere come muore un italiano») facevano parte di «un’unica strategia che seguiva una continuità terroristica». Impianto accusatorio che non è stato però condiviso dai giudici di primo grado che, ignorando i tanti elementi portati dalla Procura a dibattimento e le dichiarazioni stesse di uno dei sequestrati, hanno derubricato il reato in sequestro semplice, facendo sorgere un problema procedurale che ha portato all’assoluzione dei fratelli Al Qubeidi. IL PROCESSO Durante il dibattimento in primo grado, la Procura aveva richiesto una condanna a 24 anni di reclusione per i due terroristi (processati in contumacia visto che attualmente si trovano in Iraq) puntando sulle finalità terroristiche del rapimento. Una tesi sostenuta portando in aula i numerosi «appelli» lanciati dai rapitori che «invitavano» il Governo italiano (all’epoca guidato da Silvio Berlusconi) al ritiro dalla campagna irakena. In uno di questi video rimbalzati sulle tv di mezzo mondo, uno dei terroristi si rivolgeva direttamente al popolo italiano: «Se il vostro primo ministro dice che il ritiro delle forze italiane dall’Iraq è fuori discussione – disse l’appartenente alle «falange verdi» in un video consegnato ad Al Jazeera – considerato che questo ritiro è legato alla vita di 4 dei vostri osservatori, ciò significa che egli non è interessato alla salute degli ostaggi, ma a compiacere i suoi padroni della Casa Bianca». Circostanza che non convinse i giudici, così come gli stessi togati non furono convinti dalla testimonianza resa in aula da Stefio, che in udienza aveva ribadito come uno degli imputati facesse continuamente riferimento ad Al Qaeda e di come, lo stesso carceriere, gli avesse confidato di essere rimasto ferito durante l’attacco terroristico alla caserma dei carabinieri di Nassiriya. Tutte circostanze che non furono prese in considerazione dai giudici di primo grado che avevano deciso che quello dei contractors italiani era un «sequestro semplice» in quanto le finalità del sequestro stesso non erano quelle di creare timore e insicurezza nella popolazione italiana. E i giudici avevano dedotto ciò sulla base delle dichiarazioni del colonnello dei carabinieri Luigi Arnaldo Cieri che aveva spiegato alla Corte che quel gruppo faceva parte «della resistenza irachena». Inoltre, visto che uno dei carcerieri aveva detto ai prigionieri di aver partecipato alla strage di Nassiriya, la Corte aveva ritenuto che si trattava di «semplici vanterie dirette ad accrescere il timore delle vittime».
"Il sequestro Quattrocchi fu terrorismo"
I pm contro la sentenza che definì "rapimento semplice" il blitz iracheno Svolta al processo d’appello contro i carcerieri di Agliana, Stefio e Cupertino
