I «Testimoni della Croce» muoiono ogni giorno. In ogni parte del mondo. Vengono massacrati in Africa e Asia, Medio Oriente e America latina, Corea del Nord e Cina. Sono perseguitati, da secoli, e né l’annuncio del vangelo, né la carità che praticano, né la loro tolleranza, li salva dalla furia estremista islamica e non solo. Le tre suore uccise in Burundi dopo essere state violentate, e una decapitata, sono, purtroppo, solo l’ultimo «martirio». Pochi giorni fa l’agenzia missionaria AsiaNews ha diffuso la notizia che l’Isis, lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante, ha versato nuovo sangue cristiano torturando e ammazzando un uomo di 43 anni, «colpevole» di non volersi convertire all’islam. Nei mesi scorsi, nei territori che occupa, l’Isis ha marchiato di rosso le porte delle abitazioni dei cristiani, togliendo loro l’acqua e il cibo. Due mesi prima, in Turchia, i cinque giovani turchi accusati di aver assassinato nel 2007 tre missionari cristiani, sono stati scarcerati in base a una nuova legge. La brutalizzazione di chi «porta» la croce è cominciata all’alba dei tempi e continua ancora. Secondo gli ultimi dati, l’80 per cento delle persone ammazzate a causa della loro religione, sono infatti cristiani. Il cristianesimo ha avuto, totalmente, 70 milioni di morti, 45 milioni nel ventesimo secolo. E secondo l’Ocse, nel mondo muore un cristiano ogni cinque minuti a causa della sua fede. I numeri più recenti, diffusi da Open Doors, un’organizzazione americana non confessionale, fanno rabbrividire. Dall’1 novembre 2012 al 31 marzo 2014 nel mondo sono stati uccisi almeno 5.479 cristiani, cioè 322 al mese. Numeri parziali, non solo perché contemplano solo i casi di cui si è avuto notizia e verificati, ma anche perché nei 17 mesi conteggiati mancano Paesi inaccessibili, come Corea del Nord, Eritrea, Iran e Cina. Lo Stato dove i cristiani sono più perseguitati e uccisi è la Nigeria (in 17 mesi 2.043 morti), territorio dove agiscono i terroristi islamici di Boko Haram. Segue la Siria con 1.479 morti nello stesso arco di tempo. Nella classifica dove i testimoni della fede cristiana hanno subìto più attacchi a chiese, negozi e abitazioni, alla Nigeria seguono Siria, Egitto, Centrafrica, Messico, Pakistan, Colombia, India, Kenya e Iraq. In totale si sono verificati circa 13.120 atti di violenza e 3.641 edifici appartenenti a cristiani sono stati rasi al suolo. Muoiono massacrati anche gli «operatori pastorali», missionari e non solo. Secondo l’Agenzia Fides, 22 sono stati uccisi nel 2013, quasi tutti sacerdoti. Un numero doppio rispetto all’anno prima, quando i missionari ammazzati furono 13. Il maggiore numero di «operatori pastorali» uccisi negli ultimi cinque anni lo fa registrare l’America Latina. Oltre 150 milioni sono gli «annunciatori del vangelo» che vengono perseguitati nel mondo. Anche in Cina e Corea del Nord. Da quando è stato instaurato il regime comunista, nel 1953, a Pyongyang sono scomparsi 300mila cristiani, e secondo alcune fonti 70mila sarebbero attualmente tenuti prigionieri. Nessuno sa precisamente dove, nessuno sa in quali orribili condizioni. E mentre noi italiani attendiamo ancora di sapere se il gesuita Padre Paolo Dall’Oglio, rapito nel luglio 2013 in Siria, farà mai ritorno a casa, fa riflettere quanto affermato dal vaticanista americano John Allen, che ha definito lo «sterminio» dei cristiani la «Global war on Christians», la nuova guerra globale contro la cristianità.
Tra i Testimoni della Croce un morto ogni cinque minuti
