Proposta rivoluzionaria, ma davvero. Vogliamo salvare l’identità di questo Paese? Cessi la battaglia della memoria. La teoria di Antonio Gramsci sull’egemonia culturale, cioè la convinzione che una certa cultura politica per essere affermata dovesse pervadere qualsiasi settore della vita pubblica è stato dilatato ed estremizzato fino all’oscurantismo. L’ideologia del politicamente corretto ha coinciso, finora, con la strenua difesa di una sola parte. Qui giusto, là sbagliato. Senza appello. Spia ne è il dibattito, ultradecennale, sulle intitolazioni di vie, strade, piazze. Perché i luoghi sono testimonianze a futura memoria di una gloria che si vuol rendere imperitura, oltre lo strumento di una sorta di legittimazione storica. Hai una via intitolata, sei un uomo nel tempo condiviso. Non ce l’hai, sei solo un uomo nello spazio e nel tempo di chi ti ha voluto bene, come tutti i comuni mortali. Non per niente, secondo il pensiero di Gramsci, l’egemonia avrebbe dovuto aggrapparsi anche alla toponomastica. Per questo, ovunque egli sia nel regno dei giusti, può ben dire di aver vinto su tutta la linea. Sono migliaia le città e i Paesi italiani che annoverano una via e una piazza Gramsci. La logica è chiara: la battaglia della memoria è pieno appannaggio dei vincitori. Di «quei vincitori». Di chi, cioè, ebbe l’onere e l’onore di rimettere in piedi l’Italia dopo la Seconda Guerra Mondiale, e gestire, nelle città, la ricostruzione dopo i bombardamenti e, successivamente, l’urbanizzazione (selvaggia) dalla fine degli anni 50 in avanti. I cosiddetti partiti dell’«arco costituzionale». Due le conseguenze di questo: da un lato, la toponomastica che si generò attinse dal «Pantheon» di quel mondo culturale. Dall’altro lato, nacque l’ «effetto dogma», escludendo, al di là di qualche eccezione, i personaggi che in quel mondo erano considerati inopportuni. Gli effetti si ripercuotono ancora oggi. Per questo, non esiste sindaco in Italia che incorrerebbe in proteste qualora volesse intitolare una via, per citarne uno, a Giovan Battista Bosco Lucarelli, che fu vice presidente dell’Assemblea Costituente (ce n’ è una, ad esempio, a Benevento, sua città di origine), ma si formano fuochi di sbarramento ideologico a chi avanza la proposta di assegnare una strada a Giorgio Almirante. Perché quest’ultimo fa parte di quella parte della storia per la quale il vecchio concetto di estromissione dall’arco costituzionale deve, necessariamente, coincidere con l’esclusione dalla memoria. Non per nulla, quando Gianni Alemanno, diventato sindaco di Roma proposte l’intitolazione di una strada allo storico leader dell’Msi, lanciata nel 2008, anno in cui ricorrevano i vent’anni dalla morte, si scatenò il finimondo. E a poco servì la proposta di Alemanno pronunciata nella prima seduta della consiliatura in Campidoglio, di una sorta di Yalta delle vie, dando onore anche a Craxi, Fanfani, Berlinguer. Per la cronaca, Berlinguer al traguardo c’è arrivato, con Ignazio Marino, lo scorso giugno. Comunque, ai tempi, a sinistra accusarono il Primo Cittadino di «rivestirsi di nero». E ancora osservarono che «con la toponomastica non si riscrive la storia». Certo, sempre quando non fa comodo. Ma Almirante è stato al centro di una querelle anche a Civitanova, città costiera nelle Marche. Lì, una via che portava il suo nome c’era da anni. Ma nel 2013, un assessore (Amministrazione di Centrosinistra) pensò bene di manifestare la sua contrarietà gettandone la targa in un cestino. Qualche mese dopo, la morte di Nelson Mandela arrivò a fagiolo per fare il cambio di campo. Così il riferimento della destra finì in panchina per far posto al leader sudafricano, uno di quelli che «non puoi non apprezzare». D’altronde, il principio è quello espresso da Francesco Merlo, che su Repubblica, proprio ai tempi della gazzarra romana del 2008, scrisse che Almirante «nei libri di storia occupa qualche cenno greve e distratto». Come se i testi scolastici fossero, tradizionalmente, per nulla orientati da una certa storiografia ideologicamente ben collocata. L’egemonia, appunto. Che permette di avere l’Italia punteggiata di vie dalle cui targhe ci salutano non solo i migliori componenti dell’argenteria della storia della sinistra post bellica, come Togliatti e Pajetta. Ma anche personaggi sanguinari come Ho Chi Min e Tito. Ovviamente, non manca Lenin. Ma risponde all'appello anche Ernesto Che Guevara che da tempo non occhieggia più solo dalle t-shirt, ma anche da strade, per citarne alcune, situate a Bari e Reggio Emilia. Sempre in quest’ultima città troviamo Via della rivoluzione d’Ottobre. O ancora, i più nostalgici di una certa iconografia da matrioska, possono andare a farsi un giro in via dell’Unione Sovietica (ad esempio a Siracusa e Roma). Dunque il «dogma». Dunque, la preponderanza assoluta dei vincitori sui vinti. Un modello che si ripresentò, uguale identico, anche nel post Tangentopoli. Così le barricate per Almirante le ha avute anche Bettino Craxi. Ne sa qualcosa Letizia Moratti, allora sindaco del capoluogo lombardo, che propose di intitolare una strada al leader del Psi degli anni d’oro nel 2009. Antonio Di Pietro, trionfatore di Tangentopoli, consigliò di scrivere sull’eventuale targa: «Bettino Craxi, politico, condannato, latitante». Francesco Saverio Borrelli, un altro dei vincitori visto che all’epoca del ’92 guidava il Pool di Milano, definì la proposta del primo cittadino indecorosa e offensiva. Se, come dice Gramsci, blindare la toponomastica era uno dei presupposti per garantire l’egemonia, oggi diventa necessario liberarla per compiere un passo verso una memoria condivisa e il riconoscimento della (udite udite) multiculturalità storica. Oppure, in una sorta di Salò ideale, non resterà che riparare a Borgoricco, comune di ottomila anime in provincia di Padova. Nello specifico a Via Mussolini. Tranquilli, significa «moscerini» in dialetto. Paura, eh?
Da Gramsci a Stalin fino a Togliatti. Il «vizio» dell’egemonia culturale
L'oscurantismo passa anche per le vie