C’era una volta il Marmittone, personaggio celebrato sul «Corriere dei Piccoli» a partire dal 1928. Era il prototipo del militare poco marziale, decisamente incapace, perditempo e terribilmente pigro. Insomma, l’antitesi del soldato sprezzante del pericolo, iperattivo e professionale. Dimenticatelo. Il mondo è cambiato. E anche le nostre Forze Armate, dal 2005, si sono trasformate. In meglio. Un tempo prestare servizio di leva significava dover affrontare corvé umilianti, fare per ore la «guardia al secchio», essere sfruttato come cameriere e lavapiatti in mensa. Se non si faceva parte di un reparto operativo, come gli incursori o i paracadutisti, voleva dire perdere dodici mesi della tua vita senza imparare nulla. Nemmeno a sparare. In un anno capitava una giornata al poligono di tiro con i malandati fucili «Garand» (due caricatori consumati a tempo record e senza neppure prendere bene la mira per far posto al commilitone che veniva dopo di te) e, magari, un’altra per lanciare un paio di granate Srcm depotenziate. Tutto qui. IPER-SPECIALIZZATI Oggi i soldati sono preparati, iper-specializzati, efficienti e, soprattutto, motivati, anche perché scelgono loro di arruolarsi o di fare l’accademia. Molti di loro difendono la pace a migliaia di chilometri lontano da casa, in fronti pericolosi come l’Afghanistan o il Libano. Poi tornano con un bagaglio di esperienze che, in futuro, gli consentirà di essere assorbiti con successo dal mercato del lavoro «civile». Il primo segnale di cambiamento c’è stato con l’ingresso delle donne nei ranghi, avvenuto nel Duemila. Anche in questo caso, i vantaggi hanno superato gli svantaggi, cancellando i timori di quanti pensavano che il «soldato in gonnella» fosse un’utopia, una favola raccontata da Hollywood ma del tutto impraticabile nella realtà italica. Così non è stato. LA RIVOLUZIONE La «rivoluzione» è passata innanzitutto attraverso un’indispensabile cura dimagrante. Se con la leva i militari erano circa 400mila, adesso siamo arrivati a 171.000 unità. Dovranno diventare 170.000 nel 2015 e 150mila entro il 2024. Una riduzione progressiva e implacabile. Tagli in contrasto con la crescente domanda di poter indossare un’uniforme. Infatti, la contrazione dei posti nei concorsi è stata del 60% in otto anni (dal 2005 al 2013), mentre le richieste sono diminuite solo del 16%. Dal 2006 all’anno scorso hanno presentato istanza di reclutamento più di un milione e 250 mila giovani per un totale di oltre 190.000 posti disponibili nelle varie Armi. «Le motivazioni sono di carattere diverso, anche se simili fra maschi e femmine - spiega il generale di divisione aerea Franco Marsiglia, capo del primo reparto personale dello Stato Maggiore della Difesa - Quella principale è che molti sono attratti da un ambiente in cui le regole sono certe, impera la meritocrazia e c’è una grande professionalità. Un’altra riguarda le opportunità nel mondo del lavoro dopo le varie specializzazioni acquisite. Da non tralasciare, poi, il richiamo dell’"avventura". Non per niente i ruoli più ambiti sono quelli di pilota o aspirante astronauta nell’Aeronautica, l’imbarco su mezzi navali nella Marina e i reparti operativi, come i parà e gli alpini, nell’Esercito». La maggior parte dei militari provengono tradizionalmente dal Centrosud, Puglia in testa. A seguire, i «bacini» più ampi sono Campania e Lazio. LE QUOTE ROSA Ma, come dicevamo, è il fatto che le nostre forze armate si siano colorate di rosa 14 anni fa ad aver «stravolto», in senso positivo, la vita nelle caserme. E l’atteggiamento stesso dei nostri militari. «La domanda femminile è attestata fra il 16 e il 18 per cento e oggi le donne sono quasi il cinque per cento del totale - spiega ancora il generale Marsiglia - A parte diversi parametri fisici tra maschi e femmine, come avviene negli sport, le prove sono identiche per ambedue i sessi. Le donne possono ricoprire qualsiasi ruolo, anche quello combat, se hanno le caratteristiche adatte. La loro presenza, finora, ha portato solo vantaggi. Ad esempio, in missione all’estero, il loro contributo è fondamentale per far percepire in modo più positivo il nostro contingente alle popolazioni del luogo. Questo migliora i rapporti e, di conseguenza, fa salire il livello di sicurezza delle nostre truppe». Certo, a parte l’effetto «italiani-brava gente», l’ingresso delle donne nelle forze armate ha creato anche qualche problema. Perciò lo Stato Maggiore della Difesa, il cui dicastero è stato il primo a creare un comitato per le pari opportunità, ha emanato una direttiva con cui si regolano le relazioni interpersonali. Ci sono, inoltre, regole precise che impediscono, tanto per fare altri due esempi, che marito e moglie siano nella stessa unità, oppure in volo nella stessa formazione. In quest’ultimo caso, la ragione è un po’ macabra. L’obiettivo, infatti, è evitare che, in caso di decesso, i figli restino orfani di madre e padre in una volta sola. E le molestie sessuali? Poche, secondo Marsiglia. «La vita privata e privata - sottolinea il generale - ma i casi di stalking e molestie in servizio sono stati, in tutto il 2013, solo quattro. E tutti sono stati denunciati puntualmente e tempestivamente in Procura». GIRARE IL MONDO Per concludere, il servizio volontario ha migliorato notevolmente il livello qualitativo del servizio, la vita dei militari e le loro prospettive future. Il «nonnismo» è scomparso, il tempo viene impiegato per imparare cose utili e, se prima, la leva era occasione di conoscere parti dell’Italia mai visitate in precedenza («Sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo», diceva Totò), oggi il servizio militare dà la possibilità di fare esperienza in teatri lontani migliaia di miglia da casa. Un vantaggio, tuttavia, esisteva. Era collegato a una sorta di screening di massa che avveniva a 18 anni compiuti durante i fatidici «tre giorni» di visite mediche propedeutiche alla chiamata. In quel modo si poteva avere una statistica molto attendibile dello stato di salute della nostra gioventù, individuando patologie, verificando l’efficienza tonica e anche l’eventuale uso di sostanze stupefacenti. Ma è, praticamente, l’unico. E non giustifica un ritorno alla naja che chiedono alcuni «corpi» di inguaribili nostalgici. Il tempo del «cucù» sull’armadio e delle giornate trascorse a colpi di ramazza nei bagni è definitivamente tramontato.
Ecco i soldati del terzo millennio
A dieci anni dall’addio alla leva obbligatoria la Difesa stila il bilancio. Militari specializzati, spese dimezzate e file per indossare la divisa