Indiscrezioni sul computer di Massimo Giuseppe Bossetti: si parla di navigazione su siti pedopornografici, con la parola chiave d’accesso «tredicenni». Però, da un nuovo elemento di «certezza» investigativa, nasce ancora una volta una «difesa» tecnologica che arriva proprio dai sistemi di accesso informatico. Così, il concetto che Internet nasconda insidie e che navigare in rete possa far catturare al proprio amo anche quello di non si cerca, è stato abbinato all’inchiesta di Brembate di Sopra. Come? Attraverso le dichiarazioni di un esperto. «Accedere a siti porno nasconde la possibilità che si aprano pubblicità o che automaticamente vengano scaricati elementi non desiderati»: così Paolo Reale, consulente informatico nel caso del delitto di Chiara Poggi e tra i fondatori dell'Osservatorio nazionale di informatica forense, è intervenuto sul caso Yara Gambirasio. Nella perizia del Ris di Parma, non ancora depositata, emergerebbe tra le ricerche su un motore di ricerca l'associazione tra il termine «tredicenni» e due parole che rimandato a una caratteristica anatomica. «Attenzione, può succedere navigando in siti porno - ha spiegato - di imbattersi in siti pedopornografici, ma l'idea che si possa effettuare una vera navigazione non è corretta. La maggior parte degli scambi di questo tipo di materiale avviene "peer to peer" e non attraverso siti». Tecnicamente il «peer to peer» è un’espressione che indica un’architettura logica di rete informatica nella quale i nodi non sono «gerarchizzati» unicamente sotto forma di client o server fissi (clienti e serventi), ma sotto forma di nodi equivalenti o paritatri (in inglese peer) che possono cioè fungere sia da cliente sia da servente verso altri nodi terminali (ost) della rete. E c’è da dire che il monitoraggio su questi scambi è «molto alto: di recente Google ha intercettato nella casella mail di un proprio utente materiale dai contenuti chiaramente pedopornografici, lo ha denunciato e lo ha fatto arrestare. Trovare una o due immagini nella memoria di un computer può essere frutto - ha evidenziato Reale - di una ricerca non volontaria, non intenzionale. Se questo tipo di materiale è proporzionalmente poco rispetto a quanto trovato in un pc si può pensare ad accessi "casuali"». Allora, tanto per citare un esempio, viene in mente il caso di Garlasco: Alberto Stasi è stato assolto in Cassazione dall'accusa di possesso di materiale pedopornografico perché non è stato dimostrato né che lo avesse visto né che lo avesse scaricato volontariamente. Ma c'è un altro problema che potrebbero incontrare gli esperti del Ris di Parma chiamati ad analizzare i computer di Bossetti. La ricerca «contestata» risalirebbe al maggio scorso, un mese prima dell'arresto e molto prima dell'omicidio di Yara avvenuto il 26 novembre 2010. Difficile che si possa risalire alle ricerche fatte quattro anni fa, nel periodo immediatamente prima e dopo il delitto. L'ipotesi che si possa risalire fino al 2010 dipende da diversi indicatori, spiega il consulente informatico Reale. In media, «anche se dipende da una serie di fattori, si può risalire alla maggior parte della cronologia fino a un anno prima circa, sempre che non ci sia stato qualche intervento di cancellazione». Mediamente con un uso del pc una volta la settimana «si potrebbe arrivare a risalire a quattro anni fa, ma bisognerebbe conoscere tutti gli elementi del caso per esserne certi». Per i legali del muratore nessun tentennamento: l'avvocato Silvia Gazzetti sta lavorando, insieme col collega Claudio Salvagni, all'istanza di scarcerazione che, dicono, «verrà presentata entro la prima metà di settembre».
Il computer non basta per incastrare Bossetti
Tracce di passaggi pedoporno sul pc del muratore. L’esperto: «L’accesso a quei siti può essere casuale»
