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«Mi manca l’amore. E non posso separarmi»

La confessione dell'assassino alla madre sul possibile movente dell’omicidio della bimba di 18 mesi. L’altra faccia di papà e mamma. Assassini per un pianto di troppo

Un coltello da cucina per uccidere la figlia di appena diciotto mesi. L’arma che i carabinieri di Ancona stanno cercando per chiudere il cerchio investigativo sull’omicidio di cui è accusato il padre, Luca Giustini, 34 anni. La nonna paterna, Brunella Michelini, parla di «dissapori familiari», dietro il barbaro gesto. Un movente che gli investigatori non escludono, anche se stanno passando al setaccio tutta la vita dell’uomo, ricoverato nel reparto di psichiatria degli Ospedali Riuniti. Ieri pomeriggio l’abitazione familiare è stata perquisita: ci sono due quaderni, forse contenenti appunti personali, tra gli oggetti che i militari hanno portato via e che depositeranno alla Procura della Repubblica assieme ad un’informativa. La perquisizione, inoltre, ha consentito di sequestrare anche due coltelli da cucina, oltre a uno zaino contenente effetti personali come fazzoletti di carta, block notes e i quaderni. L’interrogatorio dell’uomo, invece, è stato rimandato. Stando a quanto trapela, sarebbe sotto shock e in stato catatonico, al punto che non ha potuto neanche incontrare il luogo legale. Spunti investigativi potrebbero giungere dall’autopsia portata a termine ieri su disposizione della Procura e che potrebbe far luce sulle modalità con cui è stato compiuto l’omicidio. Di certo, comunque, c’è che dietro l’omicidio ci potrebbe essere una crisi familiare degenerata. È la madre di Giustini a ipotizzare un probabile movente. «Qualche giorno fa si era sfogato con un amico, che lo aveva visto molto depresso – ha detto la donna - e che aveva provato a risollevarlo, ricordandogli che aveva una bella famiglia, un lavoro. “Mi manca l’amore” aveva risposto lui, spiegando che non ce la faceva più a stare a casa. L’amico ha suggerito la separazione, “non posso” era stata la replica». Poi ricorda il momento della tragedia quando «ho sentito le urla» ed è scesa per strada: «Sono stata scacciata dai parenti di Sara, la moglie, mi hanno detto che ero “la madre del mostro”, come se non fossi anche io una persona che ha sofferto la perdita di una nipote. E sono dovuta tornare a casa sotto scorta dei carabinieri». Ora la donna attende di potere vedere il figlio («non mi hanno neanche fatto entrare in reparto») o di avere notizie. Desidera, conclude, «soprattutto incontrare l’altra nipote, di quattro anni e mezzo».

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