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«I pazienti devono poter raggiungere gli ospedali» «A Gerusalemme base logistica per i soccorsi»

Dottor Tommaso Fabbri lei è il capomissione di Medici. Senza Frontiere a Gerusalemme

Dottor Tommaso Fabbri, lei è il capomissione di Medici Senza Frontiere a Gerusalemme, Israele, dove ora si trova. Durante la tregua la situazione è più tranquilla. Anche dal suo punto di vista? «La situazione è indubbiamente più tranquilla. Il "cessate il fuoco" è un indicatore che lascia ben sperare. Ci si domanda quello che succederà da venerdì, e come le cose possano svilupparsi. Ci stiamo rafforzando: è come se si tornasse alla situazione di conflitto. Abbiamo tre équipe chirurgiche e quelle di medici che lavorano sugli ospedali di Shifa e su altri ospedali. È l’emergenza che resta tale. Osserviamo, cercando di rispondere, per conoscere gli sviluppi. Ci stiamo preparando, peraltro, a fare in modo che le cose vadano meglio. È emergenza per la parte di chirurgia, di follow up, per seguire tutti i casi che hanno bisogno di fisioterapia e le attività che facevano parte di una chirurgia funzionale. Per ustioni, e per il supporto di tutto quello che è terapia intensiva. Una parte post-operatoria, che sarà anche la salute mentale: abbiamo già dei dati che ci indicano dei problemi importanti a questo livello. Cercheremo di rispondere, per operazioni di coordinazione con loro. E così cercare di rispondere nella maniera migliore, per 800 mila persone, molti dei quali sono bambini». Riuscite ad alleviare questo genere di traumi? Diciamo che in Europa ci si scontra con problemi diversi. «Per andare avanti? Quello che la popolazione di Gaza ha subito finora non possiamo immaginarsi. È diverso tempo che lavoro, non ho mai visto una situazione delle genere. Ci sono talmente tanti bambini, che arrivano negli ospedali, e arrivano in condizioni indescrivibili». Con quali tipo di ferite vi scontrate in queste zone zone di guerra? «Ustioni e politauma da armi da guerra. Sono spesso ferite in tutto il corpo: gambe, addome e torace. Un chirurgo specialista in chirurgia toracica, tre giorni fa, ha ricevuto una bambina accanto a una zona, che ha perforato i polmoni. L’abbiamo operata tutta la notte, per cercare di salvarla. Era ancora oggi in terapia intensiva. Li abbiamo ricevuti per tutto il periodo. Come ripartire. Sicuramente ci adoperiamo per aiutare le persone su tutti i livelli, considerando la salute. In futuro speriamo che possano avere delle aspettative di vita differenti, che possano muoversi liberamente». Perché vengono colpiti soprattutto bambini? Non dovrebbero essere soldati o uomini sul fronte? «Più di un quarto della popolazione di Gaza è un minore. A livello statistico, la popolazione civile è una fetta importante. Ci sono tantissime persone ferite». Ha partecipato alle operazione di salvataggio delle due bambine di 4 e 6 anni, entrambi in gravi condizioni, arrivate a Al-Shifa? «Personalmente no ma ho seguito il soccorso». Può spiegare, per chi non conosce Medici Senza Frontiere, se voi operate in ospedali o in presidi ambulanti? «Durante il periodo dell’emergenza, ci siamo istallati nelle chirurgie pubbliche, negli ospedali a Shifa. Il problema principale nostro era la sicurezza. Gli ospedali sono occupati, gli ospedali pubblici: un’esplosione dove avevamo lo staff nostro. Non ci si sentiva più in sicurezza. Abbiamo avuto delle emergenze quando facevamo entrare delle truppe mediche a Jerez. E i bombardamenti hanno avuto difficoltà. Appena entrati dentro Gaza, fatto un chilometro abbiamo ricevuto un missile a poco dalla automobile. Per questo abbiamo cercato sempre di minimizzare». Cosa vi manca laggiù? «L’accesso ai pazienti e a quello della salute. Il paziente ha bisogno di arrivare nelle zone per essere curato: i farmaci devono arrivare, le strutture devono essere garantite». Per quanto riguarda l’ospedale, cosa cambia tra un momento di guerra e uno di tregua? «I pazienti possono arrivare per farsi curare. È il grande valore aggiunto per chi ha bisogno di cure primarie. I nostri pazienti non possono arrivare, e bisogna far arrivare tutto quello che deve arrivare all’interno di Gaza, e tutta la parte umanitaria. La gente può uscire e comprare la roba da mangiare. E tutte le organizzazioni possono dare tutti i tipi di aiuto: dal cibo, alla mancanza di acqua, strutture igieniche, diarrea, malattie legate all’acqua». I medici hanno bisogno di strumentazioni all’avanguardia? «Certo, anche se il livello è molto alto». Tommaso Fabbri è il capomissione di Medici Senza Frontiere a Gerusalemme, Israele. Dalla base coordina il lavoro dei colleghi, medici dislocati nei presidi ospedalieri del territorio martoriato dalla guerra, e tre equipe chirurgiche che operano su Gaza. Con il suo collega Lequaglie abbiamo parlato della drammatica situazione in cui devono operare i medici durante i bombardamenti. Ma anche durante la tregua avete un gran da fare. «Con la tregua la situazione è indubbiamente più tranquilla. Il "cessate il fuoco" è un indicatore che lascia ben sperare. Per i medici che lavorano a pieno ritmo negli ospedali è il momento di prendere fiato, ma vi assicuro che dura poco. Se da una parte diminuiscono gli accessi dei feriti, dall’altro c’è da riorganizzare le sale operatorie, la strumentazione perché da un momento all’altro ci si potrebbe ritrovare di nuovo in emergenza. La missione, quando si fermano le bombe, è lavorare sul futuro, correggendo ciò che c’è da correggere affinché tutto fili liscio. Nei momenti di maggior affluenza il minimo ritardo, l’errore possono costare una vita. E poi c’è il problema della fisioterapia. Abbiamo tanti pazienti che hanno bisogno di essere seguiti nel percorso riabilitativo e di strutture dove farlo. Per non parlare della terapia intensiva, della parte post-operatoria, che comprende anche la salute mentale. Qui c’è ancora tanto da fare. Parliamo di 800 mila persone, molti dei quali sono bambini». Come si possono alleviare questo genere di traumi? «Per andare avanti? Quello che la popolazione di Gaza sta subendo è qualcosa di inimmaginabile. Avremmo bisogno di un esercito - è proprio il caso di dirlo - di psicologi». Con che tipo di ferite avete a che fare in queste zone di guerra? «Ustioni e politraumi da armi da guerra, bombe. Sono spesso ferite che interessano tutto il corpo: gambe, addome e torace. Un chirurgo specialista in chirurgia toracica, tre giorni fa, ha ricevuto una bambina con i polmoni perforati. L’abbiamo operata tutta la notte, per cercare di salvarla. Ora è in terapia intensiva». Perché tanti bambini e non combattenti. Secondo lei la popolazione civile viene davvero usata come scudo umano? «Più di un quarto della popolazione di Gaza è costituita da minorenni. Posso solo dirle che negli ospedali vengono più civili che combattenti. Se ci arrivano» È difficile raggiungere gli ospedali? «Trasportare un ferito dall’area di un bombardamento a un ospedale è un’impresa. Per le strade regna il caos. Bisogna zigzagare tra le macerie. Ci sono pochi mezzi di strasporto a disposizione. Nei momenti più critici, quando cadono le bombe e gli accessi al pronto soccorso aumentano, purtroppo i feriti non riescono ad arrivare. La tregua è importante per questo, perché consente di prendersi cura anche di chi non è riuscito ad arrivare prima. Di cosa avete bisogno? «In sala operatoria abbiamo bisogno di tutto perché lavoriamo con attrezzature vecchie. C’è necessità di strumenti nuovi ma anche di materiale medico di base come garze, lacci emostatici, collanti, sigillanti. Proprio alcuni giorni fa dall’Italia è partito un carico di otto grandi scatoloni. Si tratta di strumenti che a casa nostra si possono trovare facilmente e che ci servono come il pane. Questa spedizione è stata possibile grazie ad una colletta che hanno fatto alcuni amici. Pensi che abbiamo preteso dal personale sanitario di farci avere una suturatrice meccanica. Alla fine l’abbiamo avuta ma si tratta di uno strumento obsoleto. In Italia è stato utilizzato fino a 25 anni fa».

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