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«Nell’esposto cose note L’entrata dal garage? La usava anche Marco»

Danilo Mastrocinque è stato uno dei legali della famiglia di Marco Pantani nel processo agli spacciatori del Pirata. Procedimento chiuso con un’assoluzione e due patteggiamenti. Cosa ne pensa della...

Danilo Mastrocinque è stato uno dei legali della famiglia di Marco Pantani nel processo agli spacciatori del Pirata. Procedimento chiuso con un’assoluzione e due patteggiamenti. Cosa ne pensa della riapertura del caso? «L’unica novità è che la famiglia ha deciso di presentare l’esposto per omicidio volontario. Tutte le incongruenze delle indagini di cui si parla oggi sono le stesse di allora: impronte, videocamere, tracce di sangue, ferite, giubbotti. Nel 2008 polemizzai con l’allora pm Paolo Gengarelli sul fatto che non fossero state rilevate le impronte nella stanza. Disse che era impossibile repertarle tutte perché era un luogo frequentato da molte persone in un tempo ristretto. Perché la famiglia si è decisa solo adesso? «Per un’esigenza tecnica. Quando abbiamo proceduto lo abbiamo fatto per l’articolo 586 del codice penale (morte come conseguenza di altro delitto, in questo caso lo spaccio, ndr). Un’impostazione che non collima con il reato ipotizzato adesso. All’epoca, però, si era discusso ampiamente di presentare un esposto per omicidio ma non ci fu il consenso della famiglia, anche avrebbe dovuto rinunciare alla causa già in corso. Nel 2012 il processo per morte per induzione è andato a fine naturale e si è aperta la strada per l’esposto». Nella nuova perizia non si parlerebbe del bolo alimentare intriso di cocaina, trovato vicino a Pantani, ma riportato in quella di Fortuni. «All’epoca si pensò che Marco avesse ingurgitato della cocaina. Adesso si fa un’ipotesi completamente diversa, la droga diluita in acqua». E lei che ne pensa? «È la prima volta che se ne parla e non saprei neanche da quali elementi processuali emerga. C’era una bottiglia sul comodino, accanto al corpo, ma da qui a sostenere questo. Il bolo alimentare, poi non sembra compatibile con questa ipotesi». L’ipotesi di omicidio volontario è realistica? «Non lo so. Posso dire che le indagini furono fatte male ma le lacune di cui si parla adesso erano note a tutti. Nelle motivazioni della sentenza di primo grado il giudice Carlo Masini evidenziò problematiche investigative, ma disse anche che non c’erano le condizioni per parlare di omicidio violontario. Anche perché non c’erano riferimenti soggettivi precisi». Qualcuno potrebbe essersi introdotto nella stanza di Pantani dai garage? «È una cosa nota dal processo. Lo stesso Marco entrava nel residence dalla parte posteriore. L’ascensore del retro si apriva proprio davanti alla porta di Pantani». Quindi cibo cinese, giubbotti... «Chiunque avrebbe potuto portarli. Ma anche qui ci sono stati errori nelle indagini. Delle riprese a circuito chiuso dei due ingressi, per motivi ignoti, sono state conservate solo quelle dell’entrata principale». Il Corriere della Sera parla anche di 125 minuti di video della polizia scomparsi. «È vero. L’allora ispettore di Rimini ammise di aver effettuato una sorta di montaggio perché il video era troppo lungo. Una cosa gravissima e irrituale». E le ferite? «Sento dire cose imprecise. C’è chi dice che non sono compatibili con una sola caduta. Ma come si fa a dire che Marco è caduto una sola volta? Le ferite, poi, possono essere compatibili anche l’autodifesa. È un’ipotesi che può esserci, ma poteva esserci anche prima». È inutile riaprire il caso tanto tempo dopo? «Se il gip lo ritiene opportuno le indagini saranno riaperte. C’è da dire che mi aspettavo elementi nuovi, in realtà le cose non chiare sono sempre le stesse. Da dieci anni».

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