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Furti, rapine e spaccio di droga. Un terzo dei galeotti è straniero

Sono moltissimi anche dietro le sbarre. Tre e mezzo ogni dieci italiani. Anzi, per essere precisi, il 34,3 % dell’intera popolazione carceraria del Belpaese. I dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, aggiornati al 30 aprile scorso, parlano chiaro. E ci dicono che gli stranieri nelle nostre prigioni sono in tutto 20.521 su 59.683, mentre la capienza regolamentare delle nostre prigioni è di di 44.329 posti. Più di mille «ristretti» sono donne. Oltre 3.700 sono cittadini marocchini, cioè fanno parte di una delle nazionalità più numerosa presente sul suolo italico. Seguono a ruota i comunitari romeni (3.428), gli albanesi (2.728) e i tunisini (2.375). Ma anche nigeriani (796) egiziani (519), algerini (511) e senegalesi (369) affollano in gran numero le già straboccanti celle della Penisola. La fascia d’età più numerosa va dai 25 ai 34 anni e consiste in quasi diecimila galeotti. Tra gli oltre ventimila cittadini di altri Paesi detenuti in Italia, solo 172 hanno fatto l’università e sono in possesso di una laurea, 862 di un diploma di scuola media superiore, 4.623 di una inferiore. Inoltre, 1.112 hanno finito soltanto le scuole elementari, quasi 1.200 non hanno alcun titolo di studio e oltre trecento (335) sono completamente analfabeti. Questo l’identikit del «galeotto» straniero, che finisce dietro le sbarre soprattutto per reati contro il patrimonio, cioè furti, rapine e scippi (9.752), per violazione della legge sulla droga (9.732), per reati contro la persona (7.375) e contro la pubblica amministrazione (3.075). Riuscire a rimandarli a casa loro significherebbe alleggerire la situazione di drammatico sovraffollamento nei nostri oltre 200 istituti. E a risparmiare soldi, che in tempi di spending review permanente, non sarebbe cosa da poco. A tale proposito si è data molta enfasi alla norma che prevede l’espulsione dei detenuti condannati che stanno finendo di scontare la loro pena e hanno un «residuo» inferiore ai due anni. A torto, perché in realtà il loro numero nell’ultimo anno è sceso solo di un punto percentuale. Infatti, 8.765 sono in attesa di una condanna definitiva, altri devono scontare pene superiori ai ventiquattro mesi e altri ancora hanno commesso un tipo di reato che non consente l’espulsione. Il «saldo», quindi, si riduce a poche migliaia di unità. Gli stranieri, poi, come sottolineato in un recente rapporto dell’associazione Antigone, «sono discriminati nell’accesso alle misure alternative e subiscono maggiormente la custodia cautelare». Infatti in libertà ce ne sono appena 73 contro i 733 italiani. In pratica poco più del 10% a fronte del 34. Una soluzione, che permetterebbe anche la totale o parziale chiusura dei Cie (Centri di identificazione ed espulsione) è arrivata lo scorso febbraio con la legge numero 10, che prevede l’identificazione in carcere. Ma è ancora presto per vederne gli effetti.

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