Come un cancro, che attacca le parti più deboli dell’organismo. Il jihadismo, persa la guerra della primavera araba, rivolge le sue morbose attenzioni verso la Libia che dopo la caduta (e l’ignobile eliminazione fisica) di Gheddafi non ha trovato stabilità, sprofondando nel caos. Guerriglia fra bande e fazioni, rigurgiti del terrorismo di matrice islamica e formazione di gruppi armati fedeli ai militari che si fronteggiano sul campo. La Libia è una polveriera pronta ad esplodere, a due passi dall’Europa. Molte le notizie che giungono da Tripoli sulla possibilità che i terroristi, rinfrancati dalla nascita dell’Isil, il cosiddetto stato islamico del califfo Al Baghdadi, possano attaccare qualche obiettivo sensibile. Dalla Norvegia il primo allarme, sulla possibilità di un attacco, poi dal Marocco, che nelle parole del ministro dell’Interno Mohamed Hassad ha inteso spiegare il perché dell’innalzamento delle misure di sicurezza in ordine alla possibilità concreta di essere colpiti. E poi dall’Algeria, questa la pista che maggiormente preoccupava, la notizia che undici aerei fossero stati rubati dai jihadisti durante gli scontri all’aeroporto di Tripoli. E il timore che venissero usati per scopi terroristici. Per andare a fondo di questa storia abbiamo sentito l’Ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Buccino Grimaldi, che ha chiarito molte cose relativamente a cos’è oggi la Libia e cosa rischia di diventare da qui a breve. Ci ha spiegato che il ritorno dei combattenti dalla Siria sia ormai continuo, di massa, più armati e agguerriti di prima e con l’intento di prendersi la Libia intera. Con il «rischio concreto che si infiltrino nei prossimi barconi di migranti che sbarcano in Europa», con evidenti problemi di proselitismo e di jihadismo. Un Paese che ormai vive nel caos e che di certo, aggiungiamo noi, in nulla si è giovato della morte di Gheddafi, non sostituito se non per breve tempo da una classe dirigente governativa debole e non protetta dall’esterno. La parte debole dell’organismo di cui parlavamo all’inizio è la Libia, attaccata dal jihadismo che vorrebbe, ormai è chiaro, portare un primo colpo al Nordafrica per unire le forze con Baghdadi e con Al Qaeda nel Maghreb Islamico che da tempo ha aderito al progetto di califfato. Quanto alla questione, preoccupante e delicata, degli aerei, l’Ambasciatore ci ha in un certo senso rassicurati, spiegando come all’aeroporto di Tripoli vi siano «dodici velivoli fatti letteralmente a pezzi durante gli ultimi scontri fra miliziani jihadisti e gruppi militari, assolutamente inabili al volo». Come del resto, ci spiega ancora, l’intero aeroporto che dalla pista di atterraggio agli hangar è totalmente raso al suolo. Per volare dalla Libia all’estero esiste solo un piccolo aeroporto militare a Misurata, che però non è adatto al traffico civile e dunque scarsamente utilizzabile. L’unica via per lasciare la Libia è in auto, verso la Tunisia. Una trappola, la Libia, per uscire dalla quale occorre affrontare il deserto e la mira dei cecchini jihadisti sparsi nella terra di nessuno. Un quadrante, quello nordafricano, che è lo specchio della recrudescenza della primavera araba di stampo integralista. Che dopo aver segnato sconfitte cocenti in Egitto e in Siria, torna ad insidiare la Libia perché debole. Una guerra civile, ci dice, «fra musulmani e musulmani» in cui scorribande di miliziani e di jihadisti incendiano il Paese e molte rappresentanze diplomatiche chiudono i battenti. Ma quella italiana rimane aperta. Perché, chiediamo all’Ambasciatore. «Perché qui ci sono i nostri concittadini. Non possiamo lasciarli soli. Quando loro decideranno di andarsene lo faremo anche noi, finché rimangono è nostro dovere rimanere qui, con loro».
«Rischio jihadisti sui barconi dei clandestini»
L’allarme del nostro ambasciatore a Tripoli: «Libia nel caos, c’è un battello da tenere d’occhio» IL DOSSIER Così i veterani della guerra in Siria tornano per combattere l'Europa
