Potrebbe costare cara a un giudice attualmente in forza al tribunale di Roma, la sua attività "collaterale" a quella che ogni giorno lo vede impegnato nelle aule di piazzale Clodio. Nel febbraio scorso infatti Il Tempo aveva dato la notizia di un togato capitolino che, un po’ per spirito di appartenenza, un po’ per arrotondare lo stipendio, si era reinventato anche come tutor per la preparazione di alcuni giovani giuristi che volevano prepararsi al meglio prima di sostenere l’esame di abilitazione alla magistratura e quello che consente l’abilitazione alla professione forense. Ed è proprio dalla notizia diffusa dal nostro quotidiano che ha preso il via l’indagine interna per verificare la veridicità delle accuse raccontate da una serie di testimoni, che quei corsi "privati" avevano detto di averli frequentati pagando profumatamente 800 euro per una serie di lezioni (con tanto di esami di verifiche intermedi) svolte nei fine settimana da settembre a dicembre nell’appartamento del giudice. E così, dopo avere sentito una decina di studenti che quei corsi (pagati in nero e che vanno contro una serie di disposizioni emesse dal Consiglio superiore della magistratura) li avrebbero frequentati, l’indagine ha fatto il suo corso e i fascicoli relativi al giudice con il pallino dell’insegnamento giuridico sono diventati due: il primo (un modello 45, quello cioè definito "generico" e che non prevede un capo d’accusa già individuato) sarebbe rivolto alla Procura di Perugia, competente per territorio nei procedimenti che riguardano i magistrati romani: i magistrati del capoluogo umbro ora dovranno capire se il comportamento del togato romano abbia travalicato i limiti del codice penale. Il secondo faldone aperto sarebbe finito invece direttamente nelle mani dell’organo di autogoverno delle toghe che deciderà se istruire o meno un procedimento, questa volta di natura disciplinare. Nel caso di sanzione da parte del Csm, il giudice romano finito nella bufera - che comunque non avrebbe mai fatto parte delle commissioni d’esame al concorso stesso - potrebbe rischiare un ammonimento, una censura o la sospensione dell’anzianità per i prossimi due anni. Il problema nasce dal fatto che questo genere di attività è considerata incompatibile con la funzione giudiziaria: lo hanno ribadito, giusto a dicembre scorso, le Sezioni Unite della Cassazione che hanno fatto riferimento alla circolare del 1987 del Consiglio superiore della magistratura sugli incarichi extragiudiziari, confermando la sanzione disciplinare ad un altro magistrato, censurato dall’organo di auotogoverno delle toghe perché organizzava e gestiva una scuola per aspiranti magistrati. Secondo il racconto di uno degli aspiranti magistrati raccolto da Il Tempo , a partecipare ai corsi "abusivi" sarebbero stati circa 40 candidati per volta che pagavano 800 euro - a fronte dei corsi regolari che hanno costi variabili tra i 500 e i 2500 euro - per un ciclo di lezioni che si sarebbero tenute in casa del togato. «Le lezioni le facciamo di sabato - aveva raccontato Luca, altro ragazzo che avrebbe partecipato al corso - a casa sua, a Roma Nord, dove in un salone svuotato di ogni arredo vengono disposte diverse file di sedie di quelle di plastica pieghevoli e una cattedra dove siede l’insegnante. Ogni lezione dura dalle 2 alle 3 ore. Tutto è molto familiare e ogni tanto, incluso nel prezzo, c’è anche una fetta di ciambellone preparato dalla moglie». Le prove pratiche avvenivano a domeniche alterne: «Allora ci si divide in due gruppi - raccontava Lucia, che al corso ha partecipato qualche anno fa - uno va a casa della madre e l’altro rimane da lui. Questo perché la stanza viene trasformata da aula per le lezioni in una per le esercitazioni e all’interno vengono disposti dei banchi su cui poter scrivere che occupano molto più spazio. Le prove durano 4 ore e l’insegnante dopo aver dato le tracce spesso si cambia e va a correre. Quando torna, si fa una doccia e poi è pronto a raccogliere gli esercizi e riscuotere i soldi». Entrare nella lista degli aspiranti corsisti però non era così semplice tanto che «si chiama direttamente lui sul cellulare - raccontava Francesco - e viene subito chiesto il nome di chi ha fornito il contatto. Solo allora si va avanti con le informazioni». I soldi invece venivano versati direttamente al «prof.» che non emetteva, però, alcun tipo di fattura fiscale tanto che, raccontava un testimone: «Ho provato a chiedere una ricevuta alla fine del corso per prepararmi al concorso in magistratura, ma non c’è stato verso. Peccato, perché lo studio legale dove lavoro mi avrebbe rimborsato metà della spesa».
Ripetizioni in nero Giudice indagato
Rischia due procedimenti: penale e disciplinare
