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La verità del boss: «Servivo piatti al ristorante»

Deposizione fiume di Fasciani davanti al pm nell’aula bunker del carcere romano di Rebibbia

Spaghetti alle vongole contro intestazioni fittizie, linguine all’astice al posto dell’usura: ha del surreale la deposizione di Carmine Fasciani - presunto capo indiscusso del clan che secondo la distrettuale antimafia di Roma controlla il crimine organizzato di Ostia - che ieri, nell’aula bunker del carcere di Rebibbia ha parlato a lungo, senza rispondere alle domande del sostituto procuratore Ilaria Calò, delle monumentali accuse che lo vedono alla sbarra in quello che è diventato il processo principe alla mafia romana. Dichiarazioni spontanee lunghe e dettagliate quelle rilasciate in aula dal «mammasantissima» del litorale che, dal carcere di Opera dove si trova recluso, ha provato a smontare passo passo i capi d’imputazione che lo vedono alla sbarra. Ne ha per tutti Fasciani: con tono calmo e assistito dal proprio legale, l’avvocato Mario Giraldi, «don Carmine» ha iniziato la sua lunga arringa difensiva accusando il collaboratore di giustizia Sebastiano Cassia - che con le sue dichiarazioni ha aiutato la Dda a comprendere le dinamiche del malaffare sul litorale romano - di mentire «probabilmente per farsi bello agli occhi del pubblico ministero. Cassia dice di avermi incontrato diverse volte - ha detto Fasciani - e ha dato delle date che ha cambiato più volte, ma io questo non lo conosco, lo avrò visto giusto un paio di volte. E poi dalle date fornite dal pentito in aula, i conti non tornano. Dice di avermi incontrato in periodi in cui io però ero ristretto in carcere, non capisco come avrebbe potuto incontrarmi». Ma se Cassia è l’obiettivo principale dell’invettiva di Fasciani, nel mirino del presunto boss ci finisce anche l’altro collaboratore di giustizia che, nell’inverno passato, ha deposto in aula: quel Gaspare Spatuzza che «non lo conosco proprio, ma neanche di nome. Ma chi è sto Spatuzza? Io non l’ho mai visto». E se la prima fase della lunga deposizione di Fasciani è dedicata ai pentiti, il resto delle spontanee dichiarazioni sono riservate alle accuse di intestazione fittizia. «Io Sinceri - l’uomo che la procura sospetta essere uno delle teste di legno a disposizione del clan, ndr - l’ho conosciuto solo quando abbiamo preso lo stabilimento che all’epoca non funzionava e che ha cominciato a girare quando lo abbiamo preso noi. Ci dicono delle intestazioni fittizie ma la verità è un’altra: la mia famiglia, io, mia moglie e le mie due figlie, ci occupavamo direttamente del ristorante che fruttava tanto perché servivamo piatti ottimi di cui mi ricordo anche il prezzo, e dello stabilimento balneare. Il resto lo abbiamo semplicemente affittato visto che non potevamo occuparci di tutto». Una visione diametralmente opposta a quella della Procura a cui ha dato il suo contributo anche la figlia di don Carmine, Sabrina, che ha respinto le accuse leggendo un lungo memoriale in cui ha ripercorso la sua verità sul mondo a parte che sembra essere ritagliato sull’antico porto di Roma.

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