Ventuno gradi, un anno dopo. Stessi posti, stessa situazione di incertezza. Ma intanto tra gli stand dell'estate romana lungo il Tevere spuntano bevande al sapore di vodka, gin, rum che poco o niente hanno a che vedere con i liquori veri. Sono «copie» che, fatte analizzare da noi de Il Tempo, sono risultate contenere, oltre ad aromi vari, alcol miscelato con acqua in modo da restare entro il limite dei 21 gradi. Così gli esercenti si mettono al riparo dalle multe, ci guadagnano perché praticano gli stessi prezzi di un cocktail normale servito in un qualsiasi locale al chiuso usando prodotti che, a detta degli esperti, costano però molto meno dei liquori normali e poco importa se il consumatore è davvero consapevole di quanto stia bevendo. Facciamo un passo indietro. Tutti gli esercenti che somministrano bevande in occasioni delle manifestazioni all'aperto, in base ad una norma regionale, non possono servire cocktail con gradazione alcolica superiore a 21 gradi. Un anno fa, di questi tempi, la sola esposizione dietro ai banchi di bottiglie di vodka, rum, tequila, negli stand delle varie manifestazioni lungo il Tevere, aveva portato ad una pioggia di multe da 3 mila euro ciascuna, nonostante nessun vigile si fosse mai preso la briga di misurare l'effettivo grado di alcol contenuto nei cocktail serviti al tavolo o al banco. Multavano, in poche parole, soltanto presumendo che quanto servito fosse fuori legge, ma multavano anche l'esercente che in quel momento non stava somministrando alcuna bevanda ma l'aveva esposta sul bancone o addirittura in magazzino. A nulla serviva specificare, poi, che il fatto che si usasse rum per fare il Mojito, tanto per fare un esempio, non significava automaticamente che quel cocktail dovesse avere una gradazione superiore a 21 gradi perché la quantità di rum utilizzata è minima rispetto agli altri ingredienti. Secondo l'International Bartenders Associations, la bibbia dei cocktail, organo riconosciuto a livello mondiale per le ricette e il disciplinare del beverage, il Mojito si fa con 4 centilitri di rum, ai quali vengono aggiunti succo di limone, menta, zucchero di canna, soda e una quantità variabile di ghiaccio che in genere riempie il bicchiere ed è in grado di diluire parecchio l'alcol. Avevamo testato anche questo lo scorso anno, usando un semplice misuratore di alcol e scoprendo che, di media, i cocktail più diffusi, serviti, non superavano i 13 gradi. Una situazione al limite del paradosso che aveva perfino spinto l'assessore al commercio Marta Leonori, appena eletta, a dichiarare lo «stop alle multe» per dare tempo a lei e al suo staff di esaminare la problematica. Lo stesso assessore, a Il Tempo, aveva dichiarato che le sembrava molto insolito che gli esercenti fossero multati senza la prova dell'effettivo superamento della gradazione vietata. Da qui la promessa che a settembre 2013 sarebbe stato istituito un tavolo di lavoro sul tema 21 gradi, è passato un anno e una risposta non c'è stata. Intanto molti esercenti, per evitare di essere multati, hanno pensato all'escamotage «bevande al sapore di», che miscelano nei cocktail «limitandosi» a scrivere una postilla nei menù dove viene riportato che «i cocktail serviti sono fatti con prodotti entro i 21 gradi, come da legge regionale». Peccato che non in tutti i menù sia esplicitamente indicato l'uso di queste bevande e il loro relativo nome, ma che venga invece descritta la composizione classica dei vari cocktail con i nomi dei liquori che in realtà non vengono usati. Ma alcuni osano anche di più. Scrivono, ad esempio, che nel loro stand si serve «vodka 21 gradi» o «tequila 21 gradi», diciture difficili da interpretare visto che sia vodka che tequila superano i 40 gradi. Insomma, per chi non è un esperto di alcol e dintorni diventa arduo capire con certezza quello che sta bevendo. Da non trascurare il capitolo prezzi. Se nei cocktail più diffusi vengono usati prodotti «copie», perché costano come cocktail normali serviti con i liquori veri? Gli esercenti lungo il Tevere si difendono: «Lo abbiamo scritto che sono prodotti che non superano i 21 gradi e poi non possiamo fare altrimenti, i vigili vengono a controllarci ogni giorno e se solo trovano esposta una bottiglia di vodka, rum o gin ci multano». Qualcuno, però, ammette: «Hanno un saporaccio – dice una ragazza al banco che ci sta preparando un Mojito – la gente ce lo dice spesso». E allora, non sarebbe più facile dotare i vigili urbani di rilevatori così da verificare, durante i controlli ordinari, se il cocktail supera davvero i 21 gradi? Ci guadagnerebbe la trasparenza dell'informazione nei confronti del consumatore e si andrebbe verso norme certe e uguali per tutti che è quello che da sempre chiedono gli esercenti.
Cocktail, così truffano i giovani
Tra gli stand dell'estate romana lungo il Tevere spuntano bevande al sapore di vodka, gin, rum che poco o niente hanno a che vedere con i liquori veri
