Attualità

A un passo dalla guerra. Senza vincitori e vinti

Israele non vuole conquistare la Striscia. Hamas non può battere Tel Aviv. Oltre 80 vittime e 600 feriti il bilancio dei raid su Gaza. L’Onu: ora tregua

Oltre 80 morti e quasi 600 feriti. È il bilancio dei raid israeliani sulla Striscia di Gaza, in tre giorni di attacchi. Molti sono donne e bambini. L’altra notte una ventina di persone sono rimaste uccise a Khan Yunis, la città più colpita nel sud del territorio controllato da Hamas. Nel raid che ha avuto come obiettivo il campo profughi di Nusseirat è morto anche un giornalista e tre palestinesi sono rimasti vittime di un missile mentre erano in auto a Jabalya. Il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, ha lanciato un appello per una tregua, sottolineando che «una volta ancora, i civili palestinesi sono stretti tra l'irresponsabilità di Hamas e la risposta dura di Israele». «Le Nazioni Unite fermino «questa carneficina e l'attacco alla popolazione civile della Palestina», ha chiesto, invece, il rappresentante permanente palestinese all'Onu Riyad Mansour. La risposta indiretta del governo Israeliano è stata negativa: «Una tregua con Hamas non è in agenda», ha ribadito il premier Benyamin Netanyahu parlando ai membri della commissione affari esteri del Parlamento. Hamas afferma di aver attaccato ieri con razzi M 75 la città di Dimona (vicino a una centrale atomica) e la base aerea di Ramon, vicino a Mitzpe Ramon. Da Gaza sono partiti più di cento razzi: oltre 80 sono caduti in territorio israeliano, 21 sono stati intercettati in volo.      Un lembo di terra grande poco più del Lazio dove da oltre sessant’anni si combatte. Una terra santa per le tre religioni monoteistiche, che non conosce pace. Oggi assistiamo a una nuova escalation che rischia di far esplodere l’intero Medio Oriente. Da una parte Israele, dall’altra la Striscia di Gaza, dominio di Hamas. Il casus belli questa volta è stato l’omicidio di tre adolescenti israeliani, uccisi con più di dieci colpi di pistola a bruciapelo. I responsabili, secondo quanto emerso dalle indagini israeliane, sono esponenti del gruppo estremista Dawlat al Islam, di fede salafita e che a Gaza gode di complicità e covi. E a Gaza governa Hamas. Quindi, Tel Aviv ritiene responsabile questa organizzazione. La risposta militare non si è fatta attendere. Del resto Hamas da tempo non controlla più gran parte delle milizie attratte dall’ideologia jihadista e in dissenso con il leader Meshal. Questi, nonostante l’accordo con il presidente dell’Autorità palestinese, Abu Mazen, continua a sostenere la distruzione di Israele e l’eliminazione degli ebrei. Posizioni inconciliabili che non fanno altro che alimentare il fuoco delle violenze. Tutto ciò avviene mentre il mondo Occidentale balbetta parole come «tregua», «pace», «negoziati». Sono le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale le prime responsabili di questa situazione per aver diviso il Medio Oriente in modo anomalo e senza prevedere lo Stato d’Israele e quello di Palestina. Così come è accaduto per il popolo curdo. Ora il buonismo della politica di Obama e l’assenteismo europeo mettono in pericolo l’esistenza di Israele e si rischia il genocidio del popolo palestinese. In questi anni, le trattative di pace sono andate avanti senza troppa convinzione da entrambe le parti. Israele nel 2005 ritirò le sue forze dalla Striscia di Gaza, smantellò 21 insediamenti ebraici e altri quattro in Cisgiordania dove controlla Fatah e il «moderato» Abu Mazen. Decisioni che hanno portato allo scontro con l’ala ultraortodossa dello Stato ebraico, ma il governo Sharon andò avanti pur di raggiugere quell’equilibrio che consentisse l’avvio di una pace duratura. Hamas nel frattempo ha continuato a lanciare razzi contro le città israeliane. Il suo braccio armato, le Brigate Ezzeddim Kassam, ha tentato attacchi via terra. Nel 2012 Israele ha di nuovo messo a ferro e fuoco Gaza. In due anni la situazione della regione è però notevolmente cambiata. Il governo di Tel Aviv ha ripreso a cotruire nuovi insediamenti nei Territori sotto la giurisdizione di Abu Mazen. Hamas sta perdendo il controllo dei suoi estremisti, non ha più l’appoggio dell’Egitto e l’Arabia Saudita preferisce finanziare i ribelli siriani. Il partito di Meshal può contare sul sostegno dell’Iran ma anche Teheran oggi è più preoccupata dell’avanzata dei salafiti del Califfato in Iraq che di Israele. Resta il fatto che palestinesi e israeliani hanno ripreso a spararsi con la consapevolezza reciproca che così non si arriva a una soluzione definitiva. Infatti Israele, per voce dello stesso premier Netanyahu vuole indebolire Hamas, distruggere il suo arsenale, non vuole conquistare la Striscia. Hamas non può certo pensare di annientare Israele, così come recita il suo programma militare-religioso. Hamas oggi ha missili a lunga gittata, fino a 200 chilometri, in grado di colpire città del nord come Tel Aviv e Haifa. In questi anni ha potuto rifornire i suoi arsenali attraverso il confine con l’Egitto anche grazie alla complicità del governo egiziano in mano ai Fratelli musulmani. Ha nascosto le sue armi nei palazzi dove vive la popolazione civile, del resto la densità nella Striscia è la più alta del mondo. Israele ha tentato di compiere «operazioni mirate» ma l’urbanistica non consente una precisione chirurgica. Molti sono quindi i «danni collaterali», le morti di donne e bambini che fanno piangere il mondo. Quel mondo che se ne frega di come vivono il resto dell’anno. Israele vive sotto attacco, la popolazione pronta a scappare nei rifugi e nel continuo timore di attacchi suicidi o omicidi estemporanei. Una vita di ansie e paure su entrambi i fronti. Una situazione di stallo infinito dove si possono contare solo il numero delle vittime, la maggior parte civili innocenti. Le Nazioni Unite si sono dimostrate da sempre inadatte, il Quartetto, (Usa, Russia, Gran Bretagna e Unione europea) inconcludente. L’inviato speciale Tony Blair ha speso soldi dei contribuenti europei per missioni inutili. Il tentativo di Papa Francesco è stato il primo passo per mettere insieme i leader dei due schieamenti. Ma non è una preghiera che salverà la Terra Santa dalla guerra.

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